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Robe da preti

Parroci renitenti e bilanci segreti

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Colloquio con un confratello, uno di quelli che, chissà come, “sanno tutto” su curia e dintorni. Mi comunica una notizia: sedici parroci sul totale dei parroci della diocesi di Bergamo non consegnano nessun bilancio ai superiori di curia. Sono bilanci di intere comunità parrocchiali controllati dal controllore-parroco.

 

 

Il confratello - molto informato - che mi dà la notizia mi precisa anche che quando uno dei sedici renitenti viene spostato continua, nella nuova parrocchia, a non consegnare bilanci. Quindi la renitenza è caratteristica non della parrocchia, ma del parroco.

L’antico tabù: i soldi

La faccenda non è solo disobbedienza su un capitolo particolare e trascurabile. E’ ben altro. Intanto il particolare non è trascurabile. Si tratta di soldi: è l’aspetto più concreto e più controllabile della gestione di una parrocchia. Su quell’aspetto, ripeto: il più concreto un prete rifiuta – in questo caso “alla lettera” - di rendere conto. Sull’aspetto più concreto, sul quale basta fare conti e controllare se sono stati fatti bene, si rifiuta ogni tipo di controllo.

Ma forse sto esagerando. Forse quei sedici preti sono rigorosamente impegnati a rendere conto al loro CPAE (Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici). Il CPAE è obbligatorio per legge – legge ecclesiastica, naturalmente. Se il CPAE non c’è quel parroco è fuori legge. Se c’è resta da vedere come il CPAE viene coinvolto. In qualche parrocchia viene convocato una volta ogni tanto, una delle volte deve leggere il bilancio e dire che va bene. Ma le spese le decide sempre il parroco e il CPAE non ha nessun peso in quelle decisioni. Il CPAE deve prendere atto che si è deciso di spendere, non deve decidere se spendere o no.

La curia non sa niente. E la gente ne sa quanto la curia

Allora: quei sedici parroci così innamorati della loro autonomia verso la curia, devo pensare che sono impegnati a coinvolgere il loro CPAE, a chiedere se fare o no le spese, impegnati a fare insieme conti e bilanci? No: non posso essere ingenuo fino a quel punto: sono sicuro che no. Per lo meno è difficile che sia sì, soprattutto che sia sì per tutto il battagliero drappello dei sedici.

Un prete onnipotente se non rende conto a chi è in alto, molto difficilmente rende conto a chi è in basso (e si dovrebbe decide se il popolo di Dio sia soltanto “in basso”: ma si deve pensare che il prete onnipotente non ama molto studiare la teologia del popolo di Dio).

I rigurgiti di una Chiesa che sta morendo

Conclusione. Quale idea di Chiesa viene fuori da questa intransigenza clericale? Mi piace semplificare: è l’immagine di una Chiesa che sta morendo e, sapendo di dover morire, si aggrappa a quella meschina fetta di potere per illudersi che sta ancora vivendo. Questo, però, accelera l’agonia. Perché sparito il prete onnipotente non ci sarà più un altro prete onnipotente perché, probabilmente, non ci sarà più prete. E non ci saranno neanche laici capaci di prendere in mano l’amministrazione e il resto perché il prete onnipotente non ha perso tempo a formarli.

Proprio una bella prospettiva.  Chiedo al confratello informato che mi ha passato l’informazione: ma, per quanto ne sai, i superiori della curia così allegramente sbeffeggiata, tengono conto, nell’assegnare parrocchie, di preti così sfacciatamente clericali? Risposta: difficile. La curia non può bloccare preti disobbedienti, con la situazione di penuria attuale.

Così il cerchio si chiude. Il prete onnipotente può tranquillamente continuare a fare l’onnipotente. Tanto è sicuro di farla franca. Verrà promosso a una fiorente parrocchia e la nuova fiorente parrocchia inizierà a non mandare bilanci in curia. E tutti vissero felici e contenti.

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