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Il samaritano, l’eretico, è l’unico che torna a ringraziare

XXVIII domenica del tempo ordinario

XXVIII domenica del tempo ordinario (immagine: tempera di Giuseppe Sala).
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Ma Gesù osservò: "Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?". E gli disse: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!".

Il Vangelo di oggi affronta un tema quanto mai attuale, ossia la riconoscenza per il bene ricevuto. L’episodio è tanto più eclatante se si considera la prodigiosa guarigione da una malattia non solo gravemente deturpante per la diffusa ulcerosi ma anche perché il malato, considerato immondo, era colpito da uno stigma sociale che ne comportava l’espulsione dalla comunità e il confinamento al di fuori della città (Lv 13, 45-46). Per di più, l’unico sanato riconoscente è un samaritano che gli ebrei osservanti del tempo consideravano uno scismatico se non un eretico.

Il senso della riconoscenza smarrito

Nella nostra società la gratitudine sembra uscita dal canone comportamentale comune.

Innanzitutto, viviamo in una società di matrice fortemente individualistica-libertaria dove è sempre più sentito il tema dei diritti, di qualsiasi genere, avendo come fondamento il principio di autonomia e di autodeterminazione che può trasformare i desideri in diritti.

Solo per fare due esempi pensiamo alla maternità surrogata o all’eutanasia. Diritti oltretutto sganciati dai doveri, siano essi derivanti dalla legge sia di carattere etico sociale come i doveri di solidarietà, e questo ad ogni livello: un nostro parlamentare nel 2022 è arrivato a sostenere, nel clamore di una tempesta mediatica sulle “spese pazze” della moglie, che «anche l’eleganza è un diritto».

Un secondo aspetto è che la nostra società, in quanto dominata dal denaro, vede il soddisfacimento dei nostri bisogni (o desideri) non tanto come frutto dello studio, nell’impegno, nella dedizione, della cooperazione, ma piuttosto nel pagamento di una somma di denaro: i soldi possono comprare tutto.

L’irrilevanza della gratuità

Questo contesto comporta la svalutazione, lo svilimento, se non addirittura l’irrilevanza della gratuità intesa come valore. Secondo alcuni, chi fa il bene, coloro che si dedicano gratuitamente ad esempio alla assistenza di anziani e malati, lo fa in realtà per soddisfare un proprio bisogno: il volontariato, si afferma, è solo uno strumento per ottenere una gratificazione personale, lodevole quanto si vuole, ma pur sempre una manifestazione di un interesse egoistico.

Si sente dire infatti: «se lo fa è perché gli piace farlo, perché si sente importante, è uno sfigato e lo fa per gratificare il proprio ego». In questa prospettiva si nega l’esistenza stessa del bene, della generosità: è evidente che in questa visione la gratitudine non ha nessun senso.

La vera riconoscenza non è un capitolo del galateo

La gratitudine è una condizione umana profonda, è il frutto di una relazione positiva, costruttiva, da non confondere con la semplice gentilezza derivante dalle convenzioni sociali le quali raccomandano, quando uno ti fa un piacere, di dirgli almeno grazie (purtroppo a volte neppure questo accade).

Essa invece presuppone la maturità di saper cogliere nell’azione dell’altro lo sforzo e la cura nei tuoi confronti, l’espressione di un bene gratuito, di comprendere una forma di amore e di accoglienza del tuo essere e del tuo bisogno, di un abbraccio che si concretizza in una relazione umana profonda che arricchisce entrambi.

La riconoscenza strumento di salvezza

Il lebbroso guarito ritorna da Gesù «lodando Dio a gran voce» prostrandosi poi davanti al Lui, «ai suoi piedi, per ringraziarlo».

Il Samaritano riconosce l’azione di Gesù come espressione dell’amore del Signore, non è una semplice azione di filantropia, di umana generosità, di un intervento magico che riesce a dominare le forze della natura, ma è la manifestazione della Grazia la quale non conosce confini e si riversa anche su un “eretico”.

Egli, quindi, vede nella guarigione non il semplice fatto materiale del superamento della grave patologia, ma un intervento amorevole che tocca il cuore, che ti riconosce nella tua dignità di persona, che ti accoglie anche se hai una malattia vergognosa, un immondo, un reietto dalla Comunità.

Il cammino della fede

Questa visione è propria del cuore che si converte, umile, che non accampa pretese, ma che implora «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!», che vede con gli occhi della fede, e a cui infatti Gesù dice «Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».

Sei tu, con «la tua fede», che hai compiuto il passo decisivo per incamminarti sulla via della salvezza: è il Signore che ti dice «Alzati e va’» continua per la tua strada illuminata dall’incontro con il Salvatore.

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