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Armida Barelli donna emancipata e controcorrente

Se penso alla Cattolica di Milano,
dove mi sono laureata in anni lontani,
subito mi tornano in mente non già i professori
né l’organizzazione davvero efficiente...

Mi vengono in mente, curiosamente – prima del ’68, anno spartiacque - gli odiati grembiuloni neri che noi ragazze dovevamo indossare, i bidelli onnipresenti, che non permettevano di sedersi sul muretto del bellissimo portico interno, né (tantomeno!) il braccio attorno alle spalle da parte del fidanzato. E infine mi vengono in mente i nomi delle aule, intitolate a personaggi allora a me totalmente sconosciuti: Necchi, Toniolo, Barelli …
Di quest’ultima, oggi beatificata, posso invece finalmente parlare.

I primi anni

Nasce nel 1882 in una famiglia dell’alta borghesia milanese, che non le trasmette valori religiosi. Li scopre da sé, mentre studia prima dalle Orsoline a Milano, poi dalle Suore della Santa Croce a Menzingen in Svizzera. Vorrebbe farsi suora, ma in casa incontra difficoltà e dinieghi. Anzi, si organizzano viaggi, cene, feste e balli per farla fidanzare, ed effettivamente Armida si lega a un bravo e ricco giovane, ma per poco. (Lui poi ne sposerà una sorella).
E’ una ragazza emancipata e controcorrente, bella, intelligente, vivace, entusiasta e volitiva, che lavora nell’azienda di famiglia e si impegna nel volontariato verso gli orfani e i figli dei carcerati.

Padre Agostino Gemelli

La svolta nella sua vita avviene nel 1910, quando conosce Agostino Gemelli, vulcanico padre francescano, che la guida verso un apostolato attivo: inizia così una collaborazione che durerà per tutta la sua esistenza.
La spiritualità di Armida è prettamente francescana, nutrita della fiducia in Dio da lei chiamato Sacro Cuore, non per una pratica di pietà, ma come rappresentazione visiva del cuore stesso di Cristo morto per noi.
Il card. Ferrari, che ne intuisce le doti organizzative e le qualità morali, la investe dell’organizzazione della sezione milanese della Gioventù Femminile (GF) dell’Azione Cattolica e la segnala al papa per la presidenza nazionale. Ricoprirà la carica nella AC di Milano fino al 1946, quando verrà nominata vicepresidente generale dell’AC nazionale. Così, Armida percorrerà più volte instancabilmente tutta l’Italia, da Nord a Sud, con la forza e la decisione che la caratterizzavano. aggiungendo oltre un milione di iscritte.
Questa donna energica chiama a collaborare ai propositi impegnativi di GF indistintamente sia ragazze borghesi che contadine, invitandole a uscire (mi viene in mente la “Chiesa in uscita” di papa Francesco), talvolta a lasciare la famiglia, comunque ad impegnarsi seriamente. Sul suo esempio, le donne del Nord e soprattutto quelle del Sud, non abituate a uscire di casa, si buttano nell’azione, rompendo gli schemi rigidi a cui quella cultura e quel contesto le hanno assoggettate.
Si apre in questo modo una prospettiva nuova all’apostolato laicale, che rende Armida pioniera di un diverso modo di sentire e di una nuova organizzazione di intuizioni, opere e persone.
La pronipote, della quale ho visto su Youtube un’intervista, ricorda con affetto la vivacità e l’entusiasmo con cui la “zia Ida” raccontava dei suoi viaggi, recando un regalino a ogni nipote, un piccolo dono in carattere con l’indole del destinatario.
Comprensiva anche con chi non la pensava come lei, caritatevole con tutti, mai giudice e sempre pronta a venire incontro a ciascuno, pur se ferma nei suoi principi, si faceva voler bene. Era molto intelligente, dinamica e organizzativa, colta – dice sempre la nipote - ma non intellettuale. La sua era cioè una cultura ampia, anche se non settoriale né di élite, e che si doveva espandere in ogni senso.

L’Università Cattolica del Sacro Cuore

Con tutto il suo impegno quindi per la promozione della cultura, che fosse però di chiara matrice cattolica, Armida sposa in pieno il progetto di padre Gemelli per fondare l’Università Cattolica. “Del Sacro Cuore” è l’aggiunta da lei stessa voluta, appunto per la sua devozione al cuore di Cristo.
Di questa istituzione, inaugurata il 7 dicembre 1921, sempre lei sarà all’origine, come ispiratrice, sostenitrice e cassiera: un’opera che sentiva sua creatura e sua ragione di vita e per la quale si occupò di reperire fondi e donazioni.

Ma accanto allo spirito manageriale c’è un’anima di mistica che si sta affinando e perfezionando in una sempre più stretta unione con Dio.
Armida diventa perciò un esempio di conciliazione tra vita dinamica nella costruzione di opere e grande interiorità di fede, a fronte di una forte sensibilità e di un carattere determinato, preparando e precorrendo quanto il Concilio Vaticano II avrebbe portato a compimento.
Portava avanti i suoi gravosi compiti con grande forza di volontà: non dormiva, mangiava come e quando poteva, interrotta da visite e telefonate, viaggiava tanto, e aveva una forte tensione dialettica in occasione delle molte adunanze a cui partecipava. Il suo stile organizzativo era caratterizzato da un ordine meticoloso: archiviava tutto, catalogava ogni testo, metteva la data su ogni lettera, conservava ogni scritto, scriveva diari accurati…
Ammirevoli la capacità di comando, l’intuito finanziario, l’attitudine organizzativa, la valorizzazione dei collaboratori, il rispetto e la cordialità nel tratto, l’accettazione serena delle responsabilità, la rapidità nelle decisioni: che dire di più?

Altre opere e ultimi anni

Ancora insieme a padre Gemelli, Armida istituì anche un sodalizio di laiche consacrate, che divenne l’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Cristo. Sempre associata a lui, diede vita all’Opera della Regalità, impegnata nella promozione della cultura religiosa e del movimento liturgico.
Notevole anche la sua battaglia per il voto alle donne e l’impegno politico a favore della Democrazia Cristiana.
Infine, mobilitando le socie della Gioventù Femminile, mandò in Cina aiuti alle suore Francescane Missionarie del Sacro Cuore di Gesù.
Ma in mezzo a tutte queste sue svariate attività, arrivò anche per Armida il tempo della malattia, affrontata – inutile dirlo – con grande forza d’animo e fede granitica, come “ultima suprema prova d’amore al Sacro Cuore” (parole sue). Paralisi bulbare: un male inguaribile e progressivo, che alla fine le rese impossibile deglutire e parlare. Ma, lucida sino alla fine, era serena – ricorda ancora la nipote – e accoglieva tutti con un sorriso.

Morì a Marzio, in provincia di Varese, nella villa di famiglia dove era solita rifugiarsi per pregare e progettare le sue attività. Era il 15 agosto 1952.
Ha scritto la sua biografa Maria Sticco:

Nasce nel tempo dei lumi a petrolio, dei treni a carbone, delle carrozze a cavalli e muore al principio dell’era atomica; nasce quando le ragazze perbene non escono sole, né a capo scoperto, non studiano nelle scuole maschili, non partecipano alla vita pubblica e muore quando le donne, anche giovanissime, godono piena libertà di movimento”.

E questo, aggiungo io, anche per merito suo.

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