Search on this blog

Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

Si dice che la Chiesa è “sinodale”, comunitaria. Si dice ma non lo è

chiesa messa prete

 

Un prete deve cambiare parrocchia. Non si chiede nulla su cosa ha fatto e su come ha fatto, non si coinvolgono laici e consiglio pastorale. Ma la Chiesa è affare di curia e di preti o è davvero sinodale, comunitaria? Sono le domande di un prete della nostra Diocesi (che ha chiesto di rimanere anonimo) che ha reagito così all'articolo di Daniele Rocchetti pubblicato il 28 maggio scorso.

 

 

Caro Daniele,

ho letto, come spesso mi capita, con molto interesse quello che hai scritto la settimana scorsa. Hai fatto bene a rilanciare questa notizia perché, te lo confesso, mi era completamente sfuggita. E invece tocca un nodo decisivo della vita della Chiesa oggi.

Condivido anch’io l’idea che la vera rivoluzione del Sinodo stia nell’avviare processi per cambiare, nel tempo, il nostro modo di essere Chiesa: meno dinamiche autoreferenziali, più ascolto reale e più corresponsabilità. Se davvero, come si dice, nella scelta dei vescovi dovranno essere ascoltati non solo i soliti ambienti ecclesiastici ma anche laici, giovani, donne e persone ferite dalla vita, allora siamo davanti a qualcosa di molto serio. È probabilmente il tentativo più concreto di papa Francesco prima e, da quanto sembra, anche di papa Leone oggi, di scardinare dall’interno quella mentalità clericale che per troppo tempo ha impoverito le nostre comunità.

Mi hanno cambiato parrocchia. Neppure una parola su chi mi deve sostituire

Eppure, proprio perché il tema mi sta a cuore, sento anche il bisogno di dire con sincerità che nella vita concreta delle parrocchie siamo ancora molto lontani da questo stile. Dopo una decina d’anni di servizio pastorale in una comunità che mi ha dato molto — e alla quale credo di aver dato molto anch’io — lo scorso anno mi è stato chiesto di cambiare destinazione. Ho accolto subito quella richiesta, senza particolari resistenze, perché continuo a credere che l’obbedienza al vescovo sia una virtù evangelica, anche dentro le inevitabili fatiche e contraddizioni della vita ecclesiale.

Tuttavia devo riconoscere che, vivendo quel passaggio, ho percepito con forza tutta la distanza che ancora esiste tra il linguaggio della sinodalità e alcune prassi concrete. Nessuno mi ha interpellato sui criteri relativi al mio successore; nessuno ha pensato di coinvolgere il consiglio pastorale o le persone con cui avevo condiviso anni di cammino, fatiche, intuizioni e scelte pastorali. La preoccupazione principale — legittima, per carità — era che i conti fossero in ordine e che non lasciassi problemi economici pesanti. Ma una comunità non vive soltanto di bilanci.

Avrei voluto parlare di quello che avevo fatto ...

Mi sarebbe piaciuto che qualcuno si domandasse quale stile pastorale fosse maturato in quegli anni, quali relazioni fossero nate, quali attenzioni evangeliche si fossero rivelate feconde. Mi sarebbe sembrato naturale ascoltare almeno alcune delle laiche e dei laici che avevano condiviso responsabilità e percorsi importanti. Non per trasformare la Chiesa in una democrazia assembleare, ma semplicemente perché il discernimento ecclesiale, se vuole essere davvero sinodale, non può ridursi a decisioni prese altrove e poi semplicemente comunicate.

Quando ho provato ad accennare queste riflessioni, ho avvertito più fastidio che interesse. Come se porre certe domande significasse complicare inutilmente le cose. Eppure credo che sia proprio qui il punto decisivo: tutti siamo pronti a parlare di sinodalità nei documenti, nei convegni e nelle assemblee; molto meno disposti ad accettare ciò che essa comporta davvero nelle dinamiche concrete del potere ecclesiale.

La mia sensazione: si doveva tappare un buco

Successivamente ho saputo anche che due confratelli, per ragioni diverse, avevano rifiutato di venire nella parrocchia che stavo lasciando. E allora ho avuto anch’io, umanamente, la sensazione un po’ amara che, più che avviare un discernimento serio sul bene della comunità e sul profilo pastorale necessario, la preoccupazione principale fosse semplicemente quella di “tappare un buco”. E, forse, la stessa logica è valsa anche per la nuova parrocchia alla quale sono stato destinato. Nulla di drammatico, sia chiaro: fa parte della vita del prete e non intendo farne una questione personale. Però anche queste dinamiche dicono qualcosa. Dicono che spesso continuiamo a gestire le comunità più per emergenze e necessità organizzative che attraverso un autentico discernimento ecclesiale condiviso.

Per questo penso che la sfida del Sinodo è radicale, epocale. Ma, come scrivi, il suo destino non si decide a Roma: si gioca sulla carne viva delle nostre diocesi, delle nostre parrocchie, nei nostri consigli pastorali. La vera rivoluzione è abbattere il modello di una Chiesa dove pochi comandano e molti eseguono, per dare vita a una comunità dove ci si ascolta davvero, senza paura. Se falliamo questo passaggio, la "sinodalità" resterà solo una parola bellissima per riempirci la bocca mentre, nei fatti, tutto resta immobile. E mentre continuiamo a trincerarci dietro una corresponsabilità di facciata, usata come puro ornamento, le nostre chiese (certo, anche per tante altre ragioni) continueranno a svuotarsi.

Leggi anche:
Pezzoni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *