Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
La giornata della memoria. Visite ai campi di concentramento.
I pericolosi giochi di potere al di là e al di qua dell'Atlantico.
Per non dimenticare
Gli orrori di Auschwitz-Birkenau
Molte volte, guidando centinaia di studenti bergamaschi, sono stato ad Auschwitz-Birkenau. Ho avuto il privilegio di avere insieme, durante la visita, testimoni come Shlomo Venezia, Hanna Weiss, Sami Modiano. Un paio di volte, anche Andra e Tatiana Bucci. Con Sergio De Simone, loro cugino, furono deportate, piccolissime, in Polonia. La loro colpa: essere ebree, pur nate da matrimonio misto. Le due sorelle, dopo la fine della guerra, tornarono dal campo, Sergio no, lui non tornò.
Fu sopraffatto dall’inganno perpetrato da Mengele una mattina di novembre del 1944, quando entrò nel Kinderblock, nella baracca dei bambini, e disse: “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti”. Sergio fece un passo in avanti insieme ad altri diciannove bambini. Furono trasferiti al campo di concentramento di Neuengamme, vicino ad Amburgo, usati come cavie di laboratorio. A loro venne iniettato il virus della tubercolosi, assassinati con la morfina, impiccati, appesi ai ganci di macellai nei sotterranei della scuola di Bullenhuser Damm.
E i pericoli dei colpevoli silenzi
Nei giorni scorsi abbiamo celebrato il giorno della Memoria. Lo abbiamo fatto in un tempo in cui, in simultanea, sono scorse immagini shock di immigrati in catene caricati sugli aerei militari e mentre si odono parole di un imprenditore e politico sudafricano con cittadinanza canadese naturalizzato americano, in favore di un partito – l’AFD tedesco – che non nasconde simpatie per il nazismo. E – sempre in Germania – Friedrich Merz, candidato dalla CDU e favorito per la carica di cancelliere dopo le elezioni del mese prossimo, non ha escluso di accettare il sostegno del partito di estrema destra (come se non insegnasse nulla la vicenda del Zentrum e le responsabilità per l’ascesa di Hitler).
Sono passati ottant’anni dall’apertura, da parte dei soldati sovietici dell’Armata Rossa, del cancello con la scritta “Arbeit macht frei” e 25 anni da quando, con la legge della Repubblica n. 211, è stato istituito anche in Italia il “Giorno della Memoria”. Andra e Tatiana, come molti dei sopravvissuti nei campi, hanno voluto fare della loro voce la voce di quanti hanno subito la deportazione, l’umiliazione e la morte. Testimoni preziosi in una stagione in cui aumentano oltre misura persone che ridimensionano quanto le due sorelle raccontano o che, addirittura, negano l’esistenza dei lager di sterminio. Testimoni che ci aiutano a comprendere come la data del 27 gennaio non è il giorno dei morti ma dei vivi. Della memoria dei vivi e non della commemorazione dei defunti. Perché la Shoa ricorda a ciascuno di noi che quanto è accaduto è stato reso possibili dal silenzio complice e dall’indifferenza attiva di troppi (e tra questi moltissimi cristiani) di fronte alla macchina persecutoria che ha ridotto le persone a razza e a numero. Per questo la memoria dello sterminio riguarda tutti noi, nessuno escluso.
Tatiana, che da molti anni vive a Bruxelles, ora si definisce serena. Andra, quando si parla del cugino Sergio, ammette ancora di “avvertire ancora dei sensi di colpa: per non essere riuscita a convincere Sergio e per aver avuto più fortuna degli altri bambini del campo”. Entrambe, sul braccio sinistro hanno ancora impresso il numero: Andra il 76483, Tatiana il 76484. Numeri che non hanno mai voluto cancellare. Per loro un ricordo terribile della tragedia che le ha ingoiate.
Per noi un monito. Che vale sempre, soprattutto per tempi come questi. “Perché ciò che è accaduto, può di nuovo accadere. Sempre. Dappertutto” (Primo Levi).