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Custodire l’umano/L’esperienza del corpo è esperienza delicatissima,
a volte difficile e molto pesante

Esperienza di ciò che mi costituisce, e che “precede ogni mio orientamento, radice irraggiungibile dell’io voglio”, come scrive l’Heidegger di Essere e tempo.

Ricoeur, lo richiama Alici in Il fragile e il prezioso, parla del confronto radicale col corpo proprio:

Nell’azione io provo il mio corpo come ciò che non solo sfugge alle mie intenzioni, ma anche che mi precede nell’azione. Questa anteriorità disposizionale del corpo si rivela in un certo numero di esperienze-limite […] L’esperienza di essere ‘portato’ da un fondo pulsionale largamente inconscio, che è come la terra sconosciuta della sfera psichica.

Il corpo. Limiti e fragilità

Ritrovarsi con il proprio limite e la propria fragilità fisica o psichica (o relazionale, esistenziale…) in un circuito di responsabilità, di sollecitudine e custodia è (può essere) vedere ridisegnato il proprio rapporto ad altri al di là di circuiti solo funzionali, o di forza, o di scambio, o di interesse.

La fragilità non designa solo una regione dell’esistenza umana, né richiama solo alcune condizioni sociali o personali ben definite. Neppure fa riferimento solo a precise situazioni e a particolari passaggi biografici. Essa qualifica la totalità della vita e delle stesse capacità umane. Su quel confine non vi è separazione tra chi cura, è autonomo, sano, incluso, e chi è curato, dipendente, malato, escluso. Quel confine attraversa ciascuno. Ferisce e, insieme, apre e genera (I. Lizzola, 2009, pp 127-128).

I corpi segnati dall’impotenza (di dire, di fare, di narrare, di essere in relazione), che rende invisibili le persone, rischiano la messa al bando. L’esclusione è una delle forme paradossali dell’istituzione della convivenza tra gli uomini. Questa, a volte, aggiunge una dimensione ulteriore alla costitutiva vulnerabilità, di donne e uomini, e impone la questione della giustizia e dal riconoscimento della dignità.

Nella vita personale e nella vita comune si vivono su questo crinale passaggi come notti oscure dell’umano, e passaggi come albe che rompono l’oscurità e rivelano lo svegliarsi di forme. Sono passaggi sui limitari della vita nei quali ci si gioca in partecipazione alle vite degli altri, ed in affidamento, quando le cose nascono, o finiscono, e vanno bene vegliate e curate. Gli uni per gli altri, gli uni con gli altri. Ci si alimenta e ci si offre in alimento: corpo a corpo.

L’esperienza della cura

L’esperienza della cura assume non di rado i tratti della esposizione alla debolezza irreparabile, ad una fragilità insopprimibile e non celabile. In fondo è una esposizione alla verità più propria della condizione umana. Ma diventa difficile sostenerla quando si manifesta in condizioni nelle quali pare quasi impossibile intravvedere varchi verso il futuro, coltivare il senso del possibile, vivere ancora il desiderio.

Tale esposizione è di tanti operatori della cura, di operatori sociali dell’area della marginalità, di tanti educatori. Ma, al fine, è di ogni donna e di ogni uomo, di ogni trama familiare e di prossimità. Il nostro tempo ha diffuso di nuovo questa esperienza, nei luoghi quotidiani dove la vita fiorisce e a volte geme. L’ha diffusa anche dove si abbraccia la tenerezza dei corpi, e nei luoghi dove concentriamo il potere delle tecnoscienze a disposizione della medicina. E il nostro si fa, così, tempo di disvelamento della vulnerabilità propria delle figlie e dei figli d’uomo.

I successi della biomedicina, la presenza di sistemi di sicurezza sociale hanno diffuso l’esperienza delle cronicizzazioni della malattia. Così come ha diffuso le condizioni di vita segnate da invalidamenti,  più o meno gravi, o da percorsi di patologie degenerative, più o meno rapidi.

La vita declinante, la debolezza, spesso contenibile ma irriducibile, sono esperienza diffusa. Riportano al rapporto con il limite e la mortalità, richiamano la questione seria delle risorse culturali, etiche, spirituali, psicologiche, emotive, relazionali attivate ed attivabili per assumere e dare senso alla vita umana nel tempo della malattia e della cura.

Più ancora, e a fondo, alla questione seria della sua desiderabilità: dell’attesa del tempo a venire, “segnato” dalla esposizione e dalla ferita, come tempo desiderabile, come tempo di vita nel quale continuare ad apprendere a vivere, a consegnare vita nelle relazioni, a stare nel tempo gli uni degli altri.

Possono essere tempo e condizioni di vita portatori di dignità? Domanda ricorrente, a volte vera e drammatica, altre volte “piegata” in retoriche ed argomentazioni poco trasparenti, perché tese a giustificare una “disponibilità” di vite “indegne” a politiche di selezione, o di disimpegno, o di utilizzo.

Il cammino “nella frattura per riemergere nell’aperto”

Scoperta una malattia, e il nostro declinare, occorre cercare di declinare la vita di nuovo, rinascendo e rioffrendo, è entrare nella frattura operata dal sentire che “non ci si apparterrà più”. E camminare nella frattura per provare a riemergere nell’aperto.

Mentre si lavora la malattia e la vita, e la malattia lavora nei giorni dei corpi, spesso ci si trova là dove non ci si aspettava di trovarsi. In un incontro con sé stessi, e con altri, con l’ombra e l’ignoto, nella possibilità di trascendere, e di iniziare. Occorre non finire di incontrare, di interpretare, di attendere. Approdando (ancora una volta?) alle angosce, restando sulla soglia della speranza, che pare una porta chiusa. La malattia porta lontano, e non in un solo passaggio.

Vivere a lungo con la malattia, oltre a un richiamo alla trasparenza e alla parola chiede la maturazione di competenze per la vita particolari. La prima è la competenza del “trafficare” con la propria vulnerabilità, incontrata ed accolta. Questa competenza permette di riorganizzare le condizioni di vincolo e di possibilità nella vita personale e sociale, coltivando l’equilibrio affettivo e la tenuta psicologica che sono necessarie, e praticando un pensiero strategico.

Questa competenza ne richiama altre: ad esempio quella della cura della dimensione simbolica, e non solo progettuale, dei gesti nei quali si esprimono visione e consegna, indicazione e testimonianza. Vivere nel segno del diminuire e del declinare chiede, e può sostenere, inoltre, la capacità di non oscillare tra libertà immaginaria e abbassamento dell’orizzonte delle attese. Può abilitare a tenere il sogno dentro la realtà. Un sogno ad occhi aperti che coglie il valore proprio delle cose, che ne coglie l’attesa. Attesa di rispetto, di coltivazione, di incontro, di dialogo, di attenzione.

È una competenza mite e delicata che nasce dall’”incontro tra soli”, come annota Julia Kristeva, o “tra poveri” come le risponde Jean Vanier. Capaci di fidarsi ed esporsi, di essere promessa senza altre certezze che la parola data. Magari quella silenziosa: non ti abbandonerò.

Vivere declinando richiama anche alla necessità ed alla possibilità di trovare modi e tempi nuovi per il vivere, di declinarlo appunto. Ogni “rottura instauratrice” che si determina nella storia personale dei corpi, relazionale (o sociale) impone, e permette, di tornare a cercare una forma, una dimensione, una destinazione nuova al tempo vissuto. Saper resistere, ri-esistere, iniziare, finire e consegnare, curare lasciti, ricapitolare in nuove narrazioni, desiderare, rigenerare, e farlo diminuendo.

Quando uomini e donne perdono la loro “altezza”

Se ascoltiamo le grandi tradizioni sapienziali e morali conservate nei testi sacri e nei miti antichi della nostra cultura sentiamo richiamare una dignità degli uomini e delle donne che va rispettata e riconosciuta non tanto, non in primo luogo, là dove questi presentano le qualità e i tratti più elevati e nobili (lì già rifulge, e orienta). La sapienza antica chiede invece di serbarla, di ricercarla, di richiamarla con forza proprio là dove donne  e uomini perdono la loro “altezza”, proprio nei momenti in cui perdono la “forma umana”.

Dove sono deturpati dalla miseria o dallo smarrimento esistenziale, dove sono prostrati dalla malattia o resi vulnerabili e incapaci dalla invalidità. Lì non c’è autonomia e autosufficienza; non c’è abilità dei gesti o capacità della mente che “manifesti” la dignità umana. Queste condizioni sono avvicinate o attraversate da molti, se non da tutti nell’arco della vita. Queste condizioni sono specchio della nostra costitutiva vulnerabilità, della fragilità nella quale siamo nati, e siamo cresciuti, affidati nelle mani d’altri.

La “forma umana” quando si sfigura è del tutto affidata: alla sollecitudine di altri uomini e altre donne, e alle istituzioni di convivenza che essi si danno per la cura e per la giustizia. Edipo nella tragedia di Sofocle afferma, alla fine della sua parabola, che

è proprio quando io non sono niente che divento veramente un uomo”.

È questa anche l’indicazione del “servo sofferente” di Isaia.

È la nostra “comune indegnità”, la debolezza e il degrado che è nelle nostre possibilità  e (in momenti e con intensità diverse) nella nostra realtà: è questa che ci può fare incontrare in una relazione che riconosce, e manifesta e dà dignità. La dignità è una relazione.

Ma è dalla parabola del samaritano che ci viene anche un’altra indicazione: chi incontra lo sconosciuto “senza qualità” e ne ha cura in nome dell’umanità vinta e sfigurata, diventa portatore, dà prova di dignità. Noi ci onoriamo riconoscendo un uomo, una donna, in chi è sofferente e sfigurato nel corpo e nella psiche, senza ridurlo alla sua sofferenza, in chi è nella miseria fisica, psicologica, morale senza ridurlo alla sua condizione, alla sua deficienza. La dignità viene a noi, in essa ci riconosciamo, ci incontriamo.

Quando siamo parte debole e bisognosi di cura

La fragilità del corpo e della mente è confronto con la propria biografia, con il già stato e con il possibile. Forse incerto, certo impegnativo. Unico racconto, da riprendere in mano: con un timore e tremore che può essere più profondo di quello per lo stesso stato di salute. Accompagnare nella cura è, allora e sempre, sapere che si fa un po’ male. E non solo perché le terapie possono essere “amare”, dolorose o avere controindicazioni, ma perché, sempre, un poco si apre a un gioco di verità, di sincerità verso le scelte, le storie, le relazioni delle persone. E le dimensioni etiche, di senso, di attesa e di speranza: e la verità è legata alla sofferenza.

Non è scontato farsi curare, non lo è lasciare che altri si prenda cura di sé; non è facile né immediato aver cura di sé, prendersi cura, stare in un’alleanza terapeutica, mantenere relazioni di reciprocità nell’asimmetria che ci vede parte debole. Luigi Alici indica come non si debba cercare il senso della vita a partire dalla sofferenza, come occorra, piuttosto, interrogarsi sull’enigma della sofferenza a partire dal senso della vita.

Nel lavoro di cura, in molto lavoro sociale, si è portati di fronte ad un volto, in prossimità a una “nudità umana” che è “mendicità, ma anche una strana autorità disarmata, ma imperativa, che mi interpella in qualità di io responsabile di questa miseria”. Prima di essere sguardo, l’altro è volto, eccede il mio potere, segna una “impossibilità di sottrarsi che non è servitù ma elezione”.

Potremmo dire che l’ansia del controllo mortifica l’attenzione, perché la schiaccia sotto un pesante fardello fatto di classificazioni e diagnosi, di tecniche e strumenti che assorbono a tal punto le energie degli operatori da lasciarne poche per l’incontro con l’altro.

Quando non basta il sistema “asettico”

È una tendenza molto diffusa questa, di cercare riparo nell’oggettività di un sistema “asettico”, o nel controllo di un linguaggio o di una tecnica che non obbligano a mettersi in gioco. Lo si vede in tantissimi luoghi, i più diversi: i reparti ospedalieri, i luoghi della riabilitazione, i servizi psichiatrici e gli istituti di pena, i consultori e i servizi per il disagio adulto o per la disabilità grave.

L’incontro con la fragilità (e un infragilimento progressivo pur se rallentato) e il confronto con il limite, apre una stagione che chiede un nuovo apprendimento della vita. E’ l’apprendimento del diminuire e del saper stare nel limite, oltretutto da dentro una condizione che sembra impedire il generare, l’essere liberi e responsabili, di nuovo e dal limite.

Apprendere a diminuire è un saper restare nella necessità e nella azione, nella evidenza dei limiti e dell’impotenza e nel non sottrarsi. Misurandosi, momento per momento, con la sofferenza e la perdita, e insieme, ‘con la perfezione’: così avrebbe detto Simone Weil.  Con gesti e parole come lasciti, come un augurio, come un appuntamento. Gesti e parole di corpi offerti.

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