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Le pecore sono stanche e sfinite. Sono senza pastore

apostoli

 

Commento al Vangelo della domenica XI del Tempo  Ordinario. Gli apostoli sono soltanto dodici. I destinatari dell’annuncio sono innumerevoli e sono spesso come pecore senza pastore. Bisogna pregare perché ci siano i pastori. Poi ci sono i cani...

 

 

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». (Mt 9,36-10.8)

 

 

Nel Vangelo le pecore sono stanche e il pastore non c'è

Rientriamo nell’“ordinarietà domenicale” del nostro cammino e incontriamo lo sguardo di Gesù, che si rivela ancora una volta nella sua compassione.

La prima considerazione che balza in evidenza è che ciò che opprime queste pecore non è soltanto la fatica, ma soprattutto l’assenza di qualcuno che si prenda cura di loro.

Non hanno un pastore capace di farsi carico della loro stanchezza, di condurle a pascoli nutrienti e riposanti. Un gregge senza pastore.

Oggi le pecore se ne sono andate. Silenziosamente

Anche oggi se ci pensiamo bene il gregge non è stato disperso da persecuzioni o da una catastrofe improvvisa; si è allontanato, silenziosamente e gradualmente, forse a causa di un lento “fallimento” magari nell’accompagnamento, oppure di una povertà di presenza pastorale “autentica”, oppure da un divario tra ciò che la Chiesa proclama e ciò che chi ne fa parte, effettivamente vive. Forse, o almeno non tutte le pecore sono state rubate, in molti casi si sono solo allontanate. Forse alcune hanno bussato alla porta del recinto e l’hanno trovata sprangata e rigorosamente chiusa per impedire alle poche presenti di fuggire, oppure perché l’ovile era poco accogliente, oppure avevano “domande” profonde e sincere, ma hanno trovato magari un rifiuto di dialogo, oppure una risposta banale e poco significativa.

Manca chi raduni il gregge e lo custodisca in unità. Lo sfinimento di queste pecore nasce dalla loro stessa dispersione e per non permettere ciò, è necessario un pastore e molti cani. Vedo di spiegarmi.

Ci sono i cani. Noi domenicani siamo chiamati “i cani del Signore"

Sono un frate domenicano e per un gioco di parole in epoca medioevale eravamo considerati i Cani del Signore, Domini canes.

Questa immagine teologica, a me molto cara, merita di essere presa sul serio, specialmente nel contesto di qualsiasi ministero pastorale e parrocchiale.

Nell’immaginario medioevale infatti il cane era soprattutto un cane da guardia o un cane pastore: vigile, leale, instancabile e interamente orientato verso il padrone del cui gregge era al servizio. Non possedeva le pecore, né le guidava a proprio nome. Il suo scopo era unico: tenere il gregge vicino al pastore, avvertire del pericolo imminente e inseguire o recuperare le pecore che magari sbadatamente si erano allontanate, (chissà se dietro l’allontanamento e la stanchezza delle pecore possiamo intravedere un bisogno di relazione che rimane deluso; di nessuno che si preoccupa di radunarle, intessendo legami veri); il tutto con l’unico strumento a sua disposizione, la sua voce, o meglio il suo abbaiare.

Inoltre sappiamo che i cani da pastore non “lavorano” mai da soli. Chiunque li abbia osservati all’opera su un pendio, o in un pascolo, sa che la loro efficacia sta nella coordinazione: uno spinge per raccogliere le pecore disperse, un altro fiancheggia il gregge, un altro lo spinge in avanti, tutti attenti alla voce dello stesso pastore e orientati allo stesso fine… radunare il gregge.

Nessun cane può tener sotto controllo l’intero terreno e il pascolo; nessuno può essere nello stesso tempo ovunque. È proprio il loro “lavorare” insieme sotto la voce e la guida dell’unico pastore che fa la differenza tra un gregge radunato e uno disperso.

Il Buon Pastore è lui. Noi siamo soltanto i suoi cani

Quando il Cristo Risorto dice a Simon Pietro: Pasci le mie pecore, parla come il Buon Pastore, colui che conosce le Sue pecore per nome e che dà la vita per loro, che lascia le nonantanove per cercare quella che si era smarrita (Gv 10, 3). Anche noi, come “cani”, non pasciamo nel nostro nome. Cristo solo è il Buon Pastore, noi tutti siamo soltanto i suoi cani da pastore: inviati, addestrati (più o meno bene) e posti al suo servizio, interamente orientati a Lui avendo come unico scopo la cura e addiritttura la salvezza di coloro che gli appartengono. Ma il cane da pastore non è il pastore. Non possiede alcuna autorità propria, né un gregge indipendente, né una missione privata. La sua “fecondità” dipende interamente dalla sua attenzione al padrone, da quanto bene conosce la sua voce e da quanto fedelmente segue le sue indicazioni.

Anche qui la dimensione comunitaria è decisiva: un cane da pastore che comincia ad agire per proprio conto, ignorando il richiamo del pastore, non solo viene meno al suo compito, ma ostacola il lavoro degli altri, disperdendo ciò che essi si sforzano di radunare. Anche il cane da guardia che non abbaia quando il lupo si avvicina ha fallito proprio nello scopo per cui era stato posto lì. Il suo non abbaiare, non è prudenza, ma negligenza.

Gli operai sono sempre pochi. La messe è sempre molta

L’amore compassionevole di Gesù genera sempre e per tutti una chiamata e un invio.

Dallo sguardo di compassione di Gesù viene generato l’invio dei discepoli. I Dodici vengono consegnati alle pecore perdute di Israele.

«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai…» (Mt 9,37). Non lamentiamoci. La sproporzione tra il numero degli operai e la vastità della messe è realtà vera da sempre, sin dal primo inizio della missione, ma come disse Dom Luca Fallica ad un incontro di consacrati, «è una sproporzione necessaria, costitutiva della missione stessa, affinché sia vissuta nell’affidamento a Dio, non nella confidenza nelle proprie risorse e possibilità».

Quindi, è necessario pregare, ma non solo perché Dio invii altri operai (pastori del gregge) ma soprattutto… tanti cani del Signore.

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