Sesta lettera della speranza
Nel tempo restiamo umani
VII. Domenica di Pasqua - Ascensione (Lc 24,46-53)
Cari fratelli e sorelle,
C’è un giorno in cui il cielo non sembra più lontano. Un giorno in cui senti che la tua storia — sì, proprio la tua — è scritta in alto, dentro Dio.
Oggi in Dio si è insediato un uomo
Quel giorno è oggi. Ti scrivo da questa soglia luminosa dell’Ascensione, dove la terra tocca il cielo e il cielo abbraccia la terra. Ti scrivo come si scrive a un amico che ha camminato tanto, con il cuore stanco e le mani ancora aperte. Ci ritroviamo insieme sotto un cielo spalancato. Non per perderci nel vuoto. Oggi in Dio, s’è insediato un uomo. E non è un modo di dire. È una verità che ci riguarda tutti, profondamente.
L’Ascensione non è un addio, ma un affidamento. Non è un’assenza, ma una promessa compiuta. Gesù sale al Padre portando con sé tutto ciò che ha vissuto con noi: la carne, sguardi e mani, silenzi, abbracci, gioia e dolore, lacrime, fatica, desideri e ferite. Un uomo s’è insediato nel cuore di Dio. Tutto ciò che è autenticamente umano dimora nell’intimità di Dio. L’umano è nel divino e il divino è nell’umano.
Testimoni di un amore che ha attraversato la morte
Nel Vangelo secondo Luca, Gesù consegna ai suoi un mandato semplice e infinito: «Di questo voi siete testimoni». Testimoni di cosa? Di un amore che ha attraversato la morte, che ha rimesso in piedi i perduti, che ha mangiato con i peccatori, che ha toccato i corpi piagati, che ha restituito dignità a ogni volto. Un amore quello del Figlio che non dimentica nulla dell’umano che ha assunto nella sua carne mortale e che ora, proprio ora, ha preso casa in Dio.
Siamo testimoni di una bellezza possibile, di un amore che non ha mollato l’umano. Testimoni di un Dio che non dimentica l’avventura umana vissuta con noi, che non si ritrae dalla nostra storia, ma l’abbraccia fino in fondo. E non ci lascia soli. Ci affida il suo Spirito, forza mite e tenace, che solleva ogni passo nella speranza e ci fa vivere, nei gesti di ogni giorno, il suo Vangelo.
L’Ascensione non è il momento dell’abbandono ma dell’affidamento. È la promessa di una presenza nuova, non più esterna, ma intima, accesa nel cuore delle nostre esistenze. Gesù non è salito per lasciarci: è salito per compiere. E ora vive in Dio… per noi. Il Figlio è al cospetto del Padre, portando i nostri nomi, le nostre fatiche, il nostro desiderio di vivere e amare fino in fondo. Niente andrà perduto, sarà dimenticato. Ogni cosa sarà compiuta. Per sempre questa nostra umanità, nell’umanità del Figlio, sarà assunta in Dio.
Preti. Semplicemente uomini
E permettetemi qui un accenno, nella successione delle soglie /scelte di vita anche a coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine. Trentacinque anni fa, nella vigilia dell’Ascensione venivo, con i miei compagni, ordinato prete. L’Unzione ricevuta nell’ordinazione ci ha inviato, non ci ha reso però immuni. Non siamo risparmiati, anzi siamo esposti, pure noi, ai duri colpi della vita.
Il sacramento ricevuto non è una coperta sotto la quale nascondere le nostre ferite. L’unzione è olio che può lenire le nostre ferite se ci sono, poi, nello scorrere dei giorni e degli anni, altre mani attente che le accarezzano e le curano. Il presbiterio non è una categoria, è carne viva, di un corpo fragile. Diciamolo. Non siamo umanamente diversi da altre istituzioni. I preti sono uomini; sono esseri umani come tutti. Fragili, limitati e mortali. Servono comunità ma spesso impattano in segrete angosce e solitudini.
C’è bisogno di porsi in maggior ascolto dei singoli preti, nel rispetto della loro storia, nella riverenza della loro umanità. Siamo, come ogni essere umano, unici non standard. Dietro alla funzione spesso si nascondono antiche ferite, non si dà voce a quel grido profondo che sale dagli abissi del proprio cuore. C’è soprattutto da ascoltare. Se si vuole realmente cambiare.
Salire non per fuggire, ma per inviare
Gesù benedice i suoi con le mani trafitte e promette lo Spirito. Non li lascia soli: li rende capaci di essere, a loro volta, seme di futuro. È così che l’Ascensione diventa missione: salire non per fuggire, ma per inviare. Salire per restare diversamente, nel cuore di ogni nostro gesto che porta speranza.
La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia», (papa Francesco).
Siamo tutti parte di questa immensa fiducia. Dove c’è un uomo o una donna che tiene viva la speranza nell’amore più forte della morte, lì Cristo è presente. Dove qualcuno si alza in piedi dopo una caduta, dove si asciuga una lacrima, dove si perdona, dove si ricomincia — lì, la Pasqua continua. E l’Ascensione si compie.
La morte, solo una soglia
Ecco perché credere in Gesù è rendere ragione della speranza che ci abita. È credere che la carne non è ostacolo, ma luogo dell’incontro, e la morte non è fine, è solo una soglia che svela la nostra ultima destinazione è in Dio. Ecco perché credere in Gesù è professare speranza sull’uomo. Non un’idea vaga, ma un affidamento pieno: la carne è destinata alla luce, la storia ha un senso, la vita ha un futuro. Ogni gesto d’amore, ogni perdono, ogni passo di libertà verso la verità è già parte dell’eternità che viene.
Qui si riaccende la speranza. In un tempo che svaluta la memoria, la carne, l’Ascensione ci dice: tutto ciò che ci riguarda, tutto ciò che è autenticamente umano, è assunto nell’umanità di Dio in Dio. Non siamo vuoti. Siamo volti. Non siamo spiriti vaganti: siamo volti, storie, carne promessa destinati alla luce. Dio ci vuole con sé, tutti interi, così come siamo. Tutto si ricompone. Lo Spirito ci ricrea. Ogni attesa sarà compiuta. Il cielo è casa aperta. C’è posto per tutti, per ogni volto che ha amato, per ogni vita che ha creduto, per ogni gesto di speranza che non si è arreso.
La benedizione è nel restare umani, perché Dio è rimasto con noi, portando in sé, nell’umanità del Figlio, tutta la nostra umanità.
Con voi
con cuore grato
siamo pellegrini di speranza,
fratelli fiduciosi
incamminati in un cielo aperto.
Ricomposizione
Non è addio,
è affidamento
Non tutto è chiuso
tutto è compiuto.
Siamo testimoni
di un amore che non si ritrae,
che abbraccia l’umano
fino al fondo
Come nell’In principio.
La carne è terra,
la morte è soglia,
la vita una storia
che non si perde.
Restiamo umani.
Non siamo vuoti
Siamo volti.
Tutto si ricompone.
Nel divino
è il cuore dell’umano.
Nell’umano
è la carne del divino.