Il Vangelo di oggi è il solenne "prologo", il grandioso inno con cui inizia il quarto Vangelo.
Dal racconto degli inizi umani della vita di Gesù, agli inizi "celesti": la sua origine dall'alto.
E' come se la liturgia - per i testi clicca qui - ci chiamasse a passare dal racconto dei fatti al loro significato più profondo.
“Dio è amore”
Il testo profondo, ricchissimo di Giovanni è un invito non tanto a raccontare un’altra volta il mistero, ma a capire ciò che abbiamo raccontato e perché lo abbiamo raccontato.
Giovanni ci dice anzitutto che il Bambino che è nato è la Parola di Dio. Dio ci parla. Parola viva: è uomo. Parola esuberante: non fa altro che parlare e si spende nel parlarci e nel dirci quando Dio ci ha amato. La sua vita non è altro che quello: farci gustare la meraviglia di un Dio che è Parola, relazione, apertura, comunicazione.
Giovanni riassumerà tutto nella sua prima lettera dicendo “Dio è amore”. Proprio perché Dio è amore chiede anche, necessariamente, di essere raccontato. Non si può tacere l’amore. Anzi: il racconto è parte necessaria dell’amore stesso. E, se l’amore è per tutti, tutti quelli che si sentono destinatari devono raccontare a tutti la grandezza di quell’amore.
Un amore che attende la risposta
Ma la relazione non si realizza se non nella condiscendenza reciproca. Dio non può comunicarsi a coloro che non accettano la sua comunicazione, non può parlare a coloro che non vogliono ascoltarlo. Nell’iniziativa di Dio sta scritto il dramma, il “no”, il rifiuto. Il discepolo del Signore mette in conto la possibilità del “no” detto al Signore e il non ascolto della sua Parola. E, quando lui dice “sì”, sa che, mentre lui dice il suo sì, altri dicono no e quindi il discepolo deve mettere in conto anche la solitudine della sua fede.
Il credere spesso è senza consolazione. Più si ama il Signore, infatti, più si soffre che altri non lo amino. È quello che sperimentiamo anche oggi, ogni giorno.
La solitudine della nostra fede non ci impedisce di gioire, infatti per la grandezza della nostra vocazione. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. È l’aspetto in qualche modo più sconvolgente del Natale. Quel Bambino non soltanto è La Parola che era presso Dio ma è diventato bambino per noi e ci ha offerto l’inattesa possibilità di diventare figli di Dio.