Alberto Guasco è uno dei più seri storici italiani. Specialista di storia della Chiesa contemporanea, autore di testi (penso al libro molto bello e rigoroso sugli anni della formazione del futuro cardinal Martini e a quello sul rapporto tra Santa Sede e fascismo delle origini, entrambi pubblicati dal Mulino), lo si può ascoltare qualche volta a Radio 3 Rai a “Uomini e profeti” e ha una rubrica mensile fissa sulla rivista Jesus.

Proprio per il mensile della San Paolo ha pubblicato una serie di articoli sui Concili che ora ha raccolto in un volumetto prezioso (Breve storia dei Concili, San Paolo 2025, pp. 128, euro 12.00). In modo didattico ed efficace, intreccia la storia con le sfide culturali e teologiche del tempo.
Caro Alberto, perchè una serie di articoli, poi raccolti in un libro, sui Concili?
Per più motivi. Da dieci anni curo su “Jesus” una rubrica storica intitolata “La memoria” e dedicata a un anniversario specifico del tale mese. Nel 2024, con la redazione della rivista, abbiamo pensato di accompagnare la conclusione del sinodo 2021-2024 con questa riflessione dedicata al lungo cammino della storia conciliare. Poi – con una battuta – nel 2025 i 1700 anni del concilio di Nicea erano un’occasione troppo ghiotta perché gli articoli non confluissero in volume.
Prova a spiegare cosa è un Concilio…
Per il diritto canonico, un sinodo (in greco synodos, in latino – per l’appunto – concilium) è un’assemblea di vescovi, convocati dal papa, i quali sotto la sua autorità prendono decisioni valide per la chiesa universale. Il pontefice è chiamato a ratificarle. Poi è chiaro che in 1700 anni di storia di Concili dall’uno all’altro di cose ne cambiano.
Il primo Concilio Ecumenico si tenne a Nicea esattamente 1700 anni fa. Qual è il valore di questa assise?
Almeno duplice. Dal punto di vista prettamente politico-ecclesiale, con Costantino il Concilio, che è uno strumento nato per affrontare quei problemi che oltrepassano la competenza dei singoli vescovi, diviene un mezzo a disposizione dell’imperatore per risolvere le diatribe ecclesiali facendo leva sulla autorità stessa dell’imperatore. Dal punto di vista della fede, per quanto contrastatissima, in seguito rimessa in discussione, e poi definitivamente accolta, le chiese cristiane giungono a una comune professione di fede, per l’appunto il credo niceno.
Il Concilio di Nicea venne convocato da Costantino. Come si struttura il rapporto tra potere politico e potere religioso?
Con Costantino si arriva a un punto di svolta fondamentale. Fino a quel momento le chiese (si pensi alle maggiori: Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Roma ecc.) sono state una sorta di federazione – l’immagine è impropria ma dà l’idea –, tutte sullo stesso piano, senza alcuna autorità superiore. Nicea dice esplicitamente che quella autorità superiore è l’imperatore. Il potere politico subordina a sé quello religioso, e lo condiziona, mentre quello religioso sacralizza il potere politico a cui è subordinato. È l’inizio d’un modello di lunghissima durata, e per lunghissima intendo che in certe forme continua a essere vivo.
I primi sette Concili Ecumenici definiscono il fondamento dottrinale comune alle diverse confessioni cristiane. Perché poi avviene la rottura con il mondo ortodosso?
Anzitutto dobbiamo tenere presente la diversa storia politica dell’Occidente e dell’Oriente europeo. Il primo conosce l’irruzione dei popoli germanici, e la realtà dei loro diversi regni, il secondo no: c’è’ l’impero e c’è imperatore, capo d’una chiesa “di stato”. E qui avvengono i concili di cui parliamo. Poi, a esplicitare che la progressiva separazione politica tra Oriente e Occidente ne sta favorendo una religiosa arriva la questione dell’iconoclastia, il noto “movimento” che rifiuta il culto delle immagini sacre. Qui, per quanto se ne riesca a venire a capo anche grazie alla longa manus del papa, è evidente che la chiesa latina e la chiesa greca si sono allontanate e hanno incominciato a guardarsi con sempre più sospetto. Infatti, nell’ottavo Concilio ecumenico (anzi, per l’appunto tale per i latini ma non per i greci) dell’869-870 c’è chi (il patriarca di Costantinopoli Fozio) controbatte alle intromissioni del papa (accusato nientemeno che di falsificazione della fede e scomunicato) negli affari della sua sede rispolverando il tema teologico “Filioque”, rimasto da tempo sotto il tappeto. La via per il grande scisma del 1054, quando il papa e il patriarca di Costantinopoli si anatemizzano a vicenda, è spalancata.
Il Concilio di Trento è la risposta cattolica alla riforma luterana. Un Concilio che ha lasciato un segno importante a più livelli…
Una risposta ma non solo una risposta, non solo – per l’appunto – “controriforma” di reazione a Lutero, a Calvino e agli altri riformatori. Da un lato, è ovvio, ci si para più che si può le spalle dalle aborrite infiltrazioni protestanti. Con i suoi prodotti diretti o contestuali al tridentino, l’apparato della inquisizione, dell’istituzione dell’Indice dei libri proibiti, del controllo ferreo esercitato sulla lettura della Bibbia, delle rigide formule del catechismo romano è lì a dimostrarlo. Un portato che arriva oltre la metà del Novecento. Ma piaccia o no Trento è anche la risposta desiderio di riforma della chiesa – dogmatica, sacramentale, cultuale, ma in primo luogo disciplinare – emerso nei secoli precedenti. La stretta sulle regole degli ordini monastici, il divieto di cumulare benefici imposto a vescovi e preti, l’obbligo di residenza loro imposto come quello della formazione (dei preti) in appositi seminari diocesani si collocano tutti su questo versante.
Raccontaci la vicenda del Vaticano I e la vicenda relativa al dogma dell’infallibilità.
Ci provo. Al primo, grande incubo per eccellenza della chiesa cattolica – Lutero – ha pensato Trento. Ma nel 1789, al primo si è aggiunto il secondo: la Rivoluzione francese e i suoi principi. Quelli che teorizzano, e praticano, un mondo in cui lo stato e la chiesa sono separati, in cui la libertà di stampa e d’opinione non hanno limiti, e in cui la verità (di cui la chiesa cattolica si ritiene depositaria) ha lo stesso valore dell’errore. Bene o male, tutte le rivoluzioni liberali o democratiche che segnano l’Europa dell’Ottocento hanno lì la loro radice. Bisogna, pensa la chiesa, affrontare questa modernità che procede di errore in errore. E là dove anche documenti durissimi come il Sillabo del 1864 non bastano più, pensa papa Pio IX, ci va un Concilio. Che ribadisca “la verità” fissandosi a un principio ordinatore: quello dell’infallibilità pontificia ex cathedra, poi sancita il 18 luglio 1870 dalla costituzione Pastor aeternus. Una minoranza di vescovi, circa 50, non è d’accordo e lascia Roma per non votarla. Dovranno però accettarla dopo. Poi da allora a oggi l’infallibilità è stata invocata solo una volta da Pio XII ma questa è un’altra storia. O forse no.
Il Concilio Vaticano II e la rivoluzione copernicana. Dove stanno le novità?
Diciamone solo le maggiori. La chiesa cessa di pensarsi come una societas perfecta, una società perfetta e come tale regolata da norme giuridiche. Distaccandosi dal trionfalismo di Trento, del Vaticano I e di svariati altri secoli – mi sto riferendo a Lumen Gentium – si comprende come “mistero”, come realtà che è “santa” in Cristo e “peccatrice” in tutti gli altri, istituzione compresa. Cinque secoli dopo Lutero e dopo terribili battaglie esegetiche, con Dei Verbum entra nella “terra promessa” – come disse una volta il cardinal Ratzinger – della libertà d’interpretazione della parola di Dio. Con Unitatis Redintegratio riformula il proprio rapporto con le altre chiese cristiane, ortodosse (prima, “gli scismatici”) e riformate (prima “gli eretici”) iniziando a partecipare a un cammino ecumenico che si era proibita. Riformula il rapporto con la propria radice, l’ebraismo (Nostra Aetate“deplora … tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque”) avviando un processo irreversibile di conversione del proprio atteggiamento. E ancora, con Dignitatis humanae supera una mentalità ristretta che per secoli ha fatto coincidere la libertà con la libertà della chiesa, riconoscendo pienamente quel principio della libertà di coscienza dell’uomo di cui prima aveva fatto insormontabile problema. Già così non mi sembra poco.
In un mondo e, inevitabilmente, in una Chiesa sempre più plurale, ha ancora senso ancora la convocazione di un Concilio? E quale rapporto si può e si deve configurare oggi tra modello monarchico e modello collegiale di Chiesa?
Difficile rispondere. Alla prima domanda – per vie che non so – risponderei di sì. D’altronde, durante i secoli, il concilio è stato uno strumento che non è mai rimasto uguale a se stesso. Ha conosciuto mutamenti anche molto sensibili. In sé, è stato plurale. Quindi, la pluralità non dovrebbe spaventarlo. In quanto alla seconda domanda, se avessi la risposta avremmo risolto quasi tutti i problemi della chiesa cattolica e non solo. Battute a parte credo che questa tensione sia connaturata ai meccanismi di funzionamento della chiesa e che non possa essere risolta con un’opzione netta, figlia di ancor più netti colpi di versetto. Personalmente ho più domande che risposte, ma ai nostri giorni non si può certo restare ciechi di fronte alla domanda di maggior collegialità che traluce dalla vita vissuta della chiesa. Ciò detto, le antiche domande – a cui neppure il Vaticano II ha risposto - sono sempre lì - Qual è il rapporto tra il papa e il collegio apostolico? L’autorità del vescovo deriva dal papa o da Dio? Il collegio dei vescovi succede a quello degli apostoli e insieme al papa esercita la suprema autorità della chiesa o no? È l’autocoscienza della chiesa a dover rispondere ogni volta daccapo, e non sto buttando il pallone in corner.
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