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s. Francesco. Al bivio di due «ordini»

 

L’attualità di Francesco, difficile e provocatoria. La pace secondo papa Giovanni e i pontefici recenti, pace controcorrente negata dai sogni di morte delle dittature del secolo scorso, quelle di Hitler e di Mussolini.

 

 

Che significa essere francescani in politica?

Cosa possono insegnare i testi francescani  - viene da chiedersi, sgomenti - a chi oggi predica, nelle relazioni tra le civiltà, il «suprematismo» occidentale o il «multilateralismo» della mera globalizzazione mercantile e dell’intermediazione economico-diplomatica per un’Europa dimentica di un antico ruolo storico-politico  e delle proprie tradizioni spirituali? Cosa vuol dire «essere francescani in politica»?

Si tratta di intendere oggi i moniti di Francesco: i «maiora tormenta in inferno» che subiranno i Reggitori dimentichi di Dio e dei suoi comandamenti. Occorrerebbe renderli in qualche modo fecondi rispetto alla necessità contemporanea di rilanciare idealità collettive ed ordinamenti generali  che restituiscano dignità e significato al perseguimento di organizzazioni sociali moralmente più responsabili e coese e di relazioni internazionali tra stati più equilibrate e rispettose dei bisogni e delle speranze dei popoli.

Papa Giovanni e la “Pacem in terris”

A ben guardare, il monito politico-spirituale di Francesco ha trovato, nel ‘900, un forte riecheggiamento nella Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII (1963) laddove, in premessa, viene indicato il fondamento su cui deve poggiare  qualsiasi ipotesi di convivenza civile e prospettiva di progresso  nel mondo contemporaneo: «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio» Pacem in terris, quam homines universi cupidissime quovis tempore appetiverunt, condi confirmarique non posse constat, nisi ordine, quem Deus constituit, sancte servato»): di «pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio» parla la versione italiana; di «custodire, preservare l’ordine costituito da Dio riconoscendone la  sacralità»  il testo latino (Introduzione, 1).

Questo ordine si esprime nel riconoscimento universale e nella tutela inviolabile dei diritti e doveri connessi alla dignità personale di ogni uomo, nato libero nell’intelligenza e nella volontà. Tale dignità naturale, agli occhi del cristiano, è resa gloriosa dal suo rivelarsi fondata sulla redenzione dell’uomo prodotta dal sangue di Cristo (I, 5).

 La custodia dell’ordine legittima l’ azione di pubblici poteri, la cui autorità è vincolata all’ effettiva capacità di perseguire l’obiettivo che giustifica la loro esistenza: l’attuazione del bene comune, che regola e rende feconda la convivenza tra gli uomini (II, 26)

Non solo sogno e non solo utopia. E non solo papa Giovanni

Delineando l’orizzonte di una rinnovata ecumene, Papa Roncalli ha detto a tutti gli uomini di buona volontà che solo il riconoscimento di un «ordo» costitutivo e causa finale dell’umanità, i cui termini siano interpretati e garantiti come fondamenti etici universali, può alimentare  l’azione virtuosa e solidale degli organi di governo territoriali. L'impegno comune si dovrà tradurre nella istituzione di pubblici poteri sovranazionali  resi autorevoli dal perseguimento imparziale del bene comune universale, al fine di mettere le comunità nazionali in condizione di far fruttare i talenti umani e le risorse naturali di cui dispongono senza innescare squilibri e conflitti (IV, 72).

Quell’istanza (ri)fondativa e vincolante posta da Papa Giovanni, di fronte ai ricatti atomici ed alle ambiguità delle nuove frontiere tecnologiche, troppo spesso viene stemperata dentro un’aura nostalgica di un utopico progressismo democratico e dell’ ingenuo ottimismo da boom economico degli anni ’60. In realtà,  la proposta strategica roncalliana  di costituzione di un'Autorità politica mondiale  è così dirimente da essere stata rilanciata, in continuità col magistero di Benedetto XVI, da Papa Francesco nella Laudato si' (2015) come obbiettivo diplomatico globale «per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori» (V, 175).

L’ordo mirabile dell’universo e il disordine di oggi

L’ ordo «mirabile dell’universo», che fonda la dignità dell’uomo redento dal sacrificio di Cristo, si pone, però, in stridente contrasto col disordine vigente tra gli esseri umani e tra i popoli: un disordine così radicato che sembra di doversi arrendere all’idea che i loro rapporti non possano che essere regolati se non con la forza (Pacem in terris, Introduzione, 3).

Questo disordine violento lamentato da Giovanni XXIII è esaltato, naturaliter, da un altro ordo politico-morale, che nel ‘900 ha benedetto la guerra d’aggressione nazifascista, provocando la morte di decine di milioni di persone, e che oggi ritorna drammaticamente a galla nelle pratiche di importanti potenze imperiali e nell’immaginario di un’Europa ripiegata a difesa delle proprie prerogative, fragilità, paure.

Il sogno malato di Hitler e il dominio della forza

Questo ordo è esemplarmente immortalato nel Mein Kampf di Hitler, laddove il Führer dichiara che la pace è sempre il frutto del dominio di popoli superiori perché  vincitori, alla cui apoteosi gli inferiori, inesorabilmente condannati al ruolo di strumenti tecnici della civiltà dei dominatori, devono concorrere con servile sottomissione (Razza e nazione, Parte I, cap. XI).

Secondo il tiranno tedesco, il monopolio della forza può essere detenuto solo da poteri espressione di organismi sociali integri, sanati da ogni contraddizione o tara interna, immuni da meticciati che, imbastardendo le identità dei popoli, li deprivino della loro anima e del loro futuro.  Secondo questa logica, la Storia è il luogo dove trionfa la Natura identica a se stessa, attraverso gli esiti, spietati e fatali, della lotta per la sopravvivenza. Nel  rivendicare l’oggettività di questa forza motrice naturale della civiltà, Hitler si prende gioco delle anime imbelli dei «pacifisti», secondo i quali, invece, la Storia  diventa la dimensione dove l’Uomo può vincere la Natura, ripudiando la guerra come radix di ogni disuguaglianza e ingiustizia tra gli esseri viventi, e riconoscendo  la dignità e la ricchezza  di ciò che è diverso, piccolo, debole, sofferente, non condannato e  condannabile, per questo, al destino eterno della inferiorità.

Mussolini e l’esaltazione della guerra

Fece eco allo spirito hitleriano Benito Mussolini, quando, alla voce Fascismo dell' "Enciclopedia Italiana" (1932), descrisse di suo pugno con toni superomistici la dottrina guerriera del regime:

Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l'avvenire e lo sviluppo dell'umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né all'utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà - di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l'uomo di fronte a sé stesso, nell'alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo; così come estranee allo spirito del fascismo, anche se accettate per quel tanto di utilità che possono avere in determinate situazioni politiche, sono tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, le quali, come la storia dimostra, si possono disperdere al vento quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovono a tempesta il cuore dei popoli. Questo spirito antipacifista, il fascismo lo trasporta anche nella vita degl'individui.».

La pace di Francesco e la sottomissione a tutte le creature

La pace di Dio celebrata da frate Francesco ribalta la prospettiva della pace come affermazione del più forte: essa  è subordinativa (Grado Merlo), perché si attua attraverso una disposizione spirituale di  sottomissione a tutte le creature. Il valore di tutte le creature viene rivelato da un amore che chiama all’impoverimento ed alla umiliazione di quello spirito egemonico che ogni affermazione identitaria, anche quella religiosa,  porta irreparabilmente con sé.

Esso obbliga a portare il giogo (dolce) della sofferenza paziente che la rinuncia a sé impone. Mettersi al servizio degli altri invece di sottometterli, perché anche gli altri imparino a servire e a non alimentare il circuito infinito degli assoggettamenti.  Patire il mondo per redimere il mondo dall’amor sui; soffrire l’altro perché e finché l’altro possa essere trasformato da questo dono disumano che, per sequela, fa vivere in noi l’amore di Cristo per noi. Solo questo potrà portare  perfetta letizia. E una pace duratura tra gli uomini. Martirio della pazienza potremmo definirlo, prendendo a prestito il titolo di un libro del Cardinale Agostino Casaroli.

La testimonianza di fede  di quel frate Francesco che Mussolini celebrò come santo missionario dell’ italianità fascista (Così vanno le cose in Italia…voglio dire, così andava nell’era fascista) nega alla radice la logica totalitaria e organicistica dei poteri terreni, l’organizzazione razzistica e guerriera delle società, il culto della salute prepotente e il rifiuto del comune fondamento di ogni identità storica,  per aprire alla verità della comunione spirituale tra i popoli come unica speranza di salvezza dal naufragio della discordia politica e della rovina materiale.

L’Europa, lo spazio geostorico  da cui noi partecipiamo alla vicenda umana,  oggi dovrebbe riconfrontarsi con l’antica istanza di pace promossa da Francesco e rilanciata da un pontefice del ‘900, stabilendo quale «ordo» presupporre e perseguire nella rivendicazione della sua identità e del suo ruolo in un mondo in cerca di nuovi equilibri egemonici.

Ancora una volta la statura e le prospettive della nostra identità futura sono vincolate al modo in cui determiniamo chi e cosa siano gli «altri», alla dignità ed allo spazio di senso che siamo in grado di riconoscere loro all’interno della «creazione del mondo», ritrovando noi stessi in questo sforzo continuo di riconoscimento e di valorizzazione che crea ed alimenta la relazione.

Per dirla con le parole che Dante mette in bocca alla clarissa Piccarda, in questa voluntate,  infinitamente più grande e più giusta delle  voglie egoistiche e dei disiri personali, è nostra pace.

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