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Il credente deve “perdersi”

Spesso i credenti sono tentati di imporsi, di conquistare.
Ma il conquistatore non è mai un testimone.
In margine a uno studioso, il gesuita Michel de Certeau, di cui ricorrono i cento anni dalla nascita

Leggo sul Sole 24 ore, inserto domenicale, di ieri, 12 gennaio, un “ricordo” di Michel de Certeau, lo studioso gesuita, di cui nel 2025 ricorre il centenario della nascita. L’articolo del Sole 24 ore è di Carlo Ossola.

Tra le altre cose, Ossola ricorda "Faiblesse de croire", libro postumo di Michel de Certeau, ricostruito da Luce Giard. L’ultimo capitolo si intitola “Seguire un cammino non tracciato”.

Ossola commenta:

E’ forse la sintesi più ispirata del pensiero di Michel de Certeau, quel ‘far segno’ e poi perdersi – ‘come goccia d’acqua nel mare’ – nel silenzio dell’indicibile.

E’ l’immagine struggente della figura del mistico, lungamente studiata da Michel de Certeau. Il mistico parla molto più facilmente di ciò che Dio non è, piuttosto che di ciò che è. E spesso preferisce tacere che parlare: perdersi, appunto, nel silenzio dell’indicibile.

Ho pensato che quel “far segno” sia il compito preciso richiesto a chi continua a coltivare la pretesa di annunciare una Parola risolutrice, una “bella notizia” per l’umanità intera. Tanto è alta e grandiosa quella pretesa tanto è clamoroso il suo “perdersi come goccia d’acqua nel mare”. E questo vale non soltanto per il mistico ma anche per il cristiano, il "semplice” cristiano. 

In effetti, forse noi cristiani esistiamo per perderci. Il flebile segno del nostro passaggio è l’unica cosa che conta. Siamo il “segno di ciò che manca”, i ricercatori del “negletto della storia”, come dice ancora Michel de Certeau. I discepoli del Crocifisso, infatti, sono soltanto testimoni, non conquistatori. 

E quando, nella loro lunga storia, hanno fatto i conquistatori hanno finito per non essere più testimoni.

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