“Una delle grandi mistiche del XX secolo”, Madeleine Delbrêl”

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“Una delle grandi mistiche del XX secolo”, Madeleine Delbrêl”

Madeleine Delbrêl (1904, Mussidan, Francia - 1964, Ivry-sur-Seine, Francia)

“Da laico nella città” – Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Chi è la Delbrel: testimonianza di una collaboratrice della prima ora: Suzanne Perrin
La vita in una periferia operaia, a partire dagli anni ’30 del secolo scorso.
L’esperienza, i contatti, la spiritualità

Nei giorni scorsi una parrocchia mi ha invitato a tenere un incontro – all’interno del  percorso quaresimale – sulla figura di Madeleine Delbrêl, una donna che il cardinal Martini ha definito “una delle grandi mistiche del ventesimo secolo”. Preparando la riflessione, ho ritrovato nel pc il dialogo avuto, parecchi anni fa, con Suzanne Perrin, compagna di vita di Madaleine. Questo è il resoconto di quel magnifico incontro. 

Nel 1933 Madeleine, Hélene e Suzanne arrivarono ad Ivry prendendo il tram a Place d’Italie e scendendo tre fermate dopo. Noi scegliamo di arrivarvi a piedi lasciando la metropolitana a Port d’Ivry, per vederne l’urbanistica, per incontrare le persone. La sensazione che si prova è la stessa che si ha arrivando alla frontiera ungherese via terra: immensi condomini tutti uguali, tipica espressione dell’edilizia comunista anni cinquanta. Lasciandosi alle spalle il comune d’Ivry, ci si ritrova subito nell’adiacente rue Raspail. Un susseguirsi di umilissime case. Al numero 11 ci si aspetta di vedere almeno una targa che segnali la presenza della casa di Madeleine e delle sue compagne. Invece nulla.

Un portone verde, malandato tanto quanto gli altri, e un minuscolo campanello con nemmeno un nome. Risalta subito la volontà di non mettersi in mostra, di essere come tutte le altre case, ma un luogo dove chiunque è il benvenuto, dove regna l’ospitalità. Entrando ci si scopre immersi nel piccolo giardino della casa, ben curato, nel quale s’impone una baracca fortemente voluta da Madeleine per dar rifugio ad una famiglia algerina, ad alcuni polacchi nel secondo dopoguerra e successivamente ad un italiano senza documenti e alla madre cieca (oggi costituisce l’ufficio dell’associazione Amici di Madeleine Delbrêl).

L’appuntamento per un’intervista è con Suzanne Perrin, arrivata all’11 di Rue Raspail nel 1942, nove anni dopo Madaleine e le prime compagne.  Capelli bianchissimi, alta, esile, sguardo attento, intelligenza vivace e tanta passione nelle parole. 

Perché scelse di condividere la sua vita con Madaleine? 

Volevo scuotere la mia vita perché avesse un senso, perché valesse la pena di esser vissuta, volevo qualcosa di forte. Avevo scartato l’idea del matrimonio e la vita religiosa all’epoca era troppo separata dalla gente. Le religiose avevano i loro conventi, in cui erano numerose, dove avevano regole che aiutavano ad essere nella retta via. Si sapeva qual’era la volontà di Dio perché la regola la traduceva. Mi dicevo che quella vita tutta donata a Cristo era piuttosto astratta, e in ogni caso, anche se non lo fosse stata, non era fatta per me.  

Alcuni giorni dopo, mentre mi trovavo a Grasse in vacanza, ho incontrato per caso un prete che mi ha detto che aveva sentito parlare di donne che vivevano a Ivry-sur-Seine, in un ambiente molto squallido, molto comunista, che volevano vivere l’assoluto del vangelo. Mi ha detto: “vada a trovarle”.  Quando sono arrivata ad Ivry credo che fossero quattro o cinque qui, più un’equipe nella città. La maggior parte erano assistenti sociali e infermiere, lavori che permettevano di esser vicino a quanti erano più in difficoltà.

E così si erano create molte amicizie, ad esempio avevamo degli amici italiani: un venditore italiano al mercato aveva qualcuno di malato nella sua famiglia, ha chiesto di esser aiutato e noi così l’abbiamo conosciuto e siamo diventati amici. Così, con coloro che erano fortemente comunisti convinti, ci si ritrovava a discutere la sera, si beveva un caffè, si fumavano delle sigarette e si discuteva di religione, di politica. Ci divertivamo, ma nello stesso tempo imparavamo a conoscere anche il pensiero dei comunisti, ci confrontavamo, e questa cosa ci ha obbligato ad esprimere, ad approfondire la nostra fede, perché, ad esempio, la Chiesa vista dall’esterno non dava assolutamente un’idea della Chiesa che ama tutti gli uomini come Dio ci ha detto di fare.

I comunisti diffidavano dei cristiani: ci reputavano incapaci di gesti autentici di carità e di giustizia, dicevano che sapevamo amare soltanto “i nostri”. I cristiani diffidavano dei comunisti. Fu l’Abbé Lorenzo a chiederci di metterci in gioco e a impegnarci con loro per il bene della gente. Non fu una scelta facile e molti cristiani non riuscirono proprio a digerirla!

Che cosa rappresenta l’11 di rue Raspail? 

A quei tempi c’erano molte persone ad Ivry e molte venivano qui alla casa sia per discutere, come sindacalisti e operai, sia perché si sentivano un po’ emarginati. Tra questi ricordo in particolare Luigi, calzolaio italiano, che era venuto a farsi curare dalle infermiere. Gli piaceva molto cantare. Una di noi aveva un pianoforte, un’altra componeva musica. Nacque così l’idea di invitarlo una sera a cantare qualche opera italiana. Qualcuno si lamentava perché la casa era piena di gente, ma questo fa parte dello spirito di accoglienza. Luigi cantava molto bene.

Col tempo altri amici cominciavano a venire: portavano canzoni, si incontravano con altri per essere meno soli e creare un clima di amicizia. Talvolta, le canzoni offrivano il pretesto per organizzare piccole competizioni canore: alla fine si sceglieva il re della serata e gli veniva offerta una corona, come si conviene ai re. Insomma era una vera casa di accoglienza.

Accogliemmo, ad esempio, un famiglia di algerini con un bambino piccolo piccolo appena scacciata da una pensione. Il bambino di notte piangeva, i clienti si lamentavano e l’albergatore non aveva trovato di meglio che metterli alla porta. E Madeleine? Beh… consideri che lui non aveva nulla né alcuna possibilità di lavoro dopo esser stato costretto a vendere un bar che non gli rendeva. Madeleine con alcuni amici ha così costruito una piccola casa nel giardino per mettere la famiglia amica. E noi siamo ancora in contatto con i figli e i loro figli! Così come siamo ancora in relazione con la figlia di quell’italiano che lavorava al mercato. 

Non eravate solo ad Ivry…

No. Anche oggi c’è un’altra equipe ad Amiens, in una periferia veramente difficile. Ci sono molti giovani che non fan nulla, che demoliscono le automobili, che fumano, che ricevono la polizia o i pompieri con le pietre, un luogo dove ci sono persone che hanno difficoltà materiali, morali e psicologiche, che chiedono asilo politico, stranieri che chiedono di restare in Francia, dei sans-papier.

Sì, tutto è cominciato qui, in rue Raspail, poi siamo stati a Vitry, quindi per molto tempo nell’est della Francia, poi in Costa d’Avorio, in Algeria. Ci siamo dette: “Non siamo fatte per rimanere tutte insieme nello stesso posto, è meglio essere in due o tre per poter dare più risposte a chi ci chiama”. Andavamo dove ci chiamavano, ma in particolare dove sapevamo esserci persone in difficoltà e senza fede.  Oggi la mancanza di fede non coincide più con il comunismo, ma con l’indifferenza, con il materialismo pratico

Comunità che vivono fianco a fianco con chi fa più fatica…

Sento molto il dramma di chi è più provato dalla vita, di chi vive situazioni sociali di particolare degrado. Ricordo, in particolare, quando facevo parte di un’associazione che si occupava di persone uscite di prigione: ladri, assassini… Non le nascondo che provavo inquietudine, persino paura nell’entrare in contatto con loro, ma capivo che erano persone particolarmente sfortunate, e che forse io sarei peggio di loro se anch’io avessi vissuto nelle stesse situazioni.

Col tempo ho compreso che solo l’umanità, la solidarietà potevano permettermi di entrare in contatto con loro e di favorire in loro un’evoluzione personale e sociale positiva. Terminati gli studi di diritto non avevo ancora un lavoro. C’erano preti operai che si impegnavano in questa attività per capire ed essere più vicini al mondo del lavoro. Io non mi sentivo particolarmente interessata al lavoro in fabbrica ma mi sono detta: non potrai capire la realtà degli operai se non condividerai la loro vita.

Ho avuto diverse esperienze: in una ditta che produceva agende, in un’altra cioccolato, ma capivo che sarebbe stata solo una tappa: non era lì che la mia vita si poteva fermare. Non mi bastava a testimoniare ciò di cui sentivo l’esigenza. A quei tempi c’era molto lavoro nell’est francese nell’ambito dell’industria metallurgica. C’erano anche molti emigrati, in particolare italiani, specie del sud e portoghesi. Ci andai con Hélène, che era infermiera e come tale fu assunta da una ditta. Io, non avendo specializzazioni, davo una mano all’assistente sociale. Da quel momento mi sono occupata soprattutto dei giovani che seguivano la scuola di avviamento professionale. 

Mi parli di Madeleine, di lei come persona, come compagna di vita. 

Quando io sono arrivata c’era un’equipe numerosa. Madeleine ne era stata nominata responsabile dall’Abbé Lorenzo. Egli ci riuniva di frequente per spiegarci com’è questa comunità che non ha regole, come si può fare per pregare avendo molte cose da fare, come fare per accogliere le persone che si presentano, come vivere il vangelo nella vita.  

Madaleine ci sollecitava alla preghiera e a far entrare i testi sacri nella nostra vita: qui sta la nostra sorgente, il nostro soffio, la nostra ispirazione. Nel vangelo che è l’anima della nostra vita. E poi – ce lo ripeteva spesso! – ci sono le occasioni. Dio ci parla attraverso gli avvenimenti. Sempre, anche quando ciò sembra non accadere. Madeleine era generosa, si gettava con entusiasmo nella vita e nell’impegno ma non lo faceva senza interrogarsi continuamente né senza sottoporre dubbi e interrogativi alla comunità.

Quando ci si trovava per fare una revisione della nostra vita, ella assumeva come punto di riferimento prioritario la preghiera e il costante riferimento al vangelo. Abbiamo ritrovato delle lettere spedite all’uno o all’altra in cui riprovava azioni o parole che non condivideva. Era paziente, ma al tempo stesso autoritaria. Di un’autorità che proveniva dalla responsabilità che sentiva nell’aiutarci il più possibile a vivere in profondità. Ma non dovete pensare che ciò la rendesse austera e imbarazzante, anzi! Lei portava una specie di vento gioioso nel gruppo. Non era raro che ci facesse ridere con qualche episodio o battuta scherzosa, e se una di noi era giù di tono le stava vicina con infinita tenerezza oppure, a seconda che la situazione o la persona lo richiedesse, raccontava qualcosa di buffo fino a vedere il sereno spuntare nel suo volto.

Diciamo che lei sapeva comunicare – come spesso ho potuto constatare – autorità e mansuetudine. Quanto al rapporto con i comunisti, ricordiamo che Ivry era una sorta di città modello del comunismo francese. Madeleine non si è mai posta in un’ottica di proselitismo, ma di rispetto e di testimonianza. Nelle persone lei cercava l’uomo, liberamente, senza alcun pregiudizio di ordine pratico o morale…

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