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Una scossa a bassa tensione: Mattarella a fine d’anno

Dopo il discorso di fine d’anno del Presidente Mattarella più di un grande giornale ha parlato, perfino nel titolo, di una “scossa” data al Paese. Non so se voi abbiate provato una scossa a sentire quel discorso. Io no

Non è entrato nella profondità della crisi che stiamo attraversando

Del resto, è nella natura pacata del nostro Presidente dare casomai qualche scossa… a basso voltaggio. Forse la funzione migliore di quel discorso è stata la civiltà del linguaggio che vi è stato impiegato. Linguaggio d’altri tempi, quando politically correct era la pacatezza. Però ci pare che non sia nella natura del personaggio né di quel discorso suscitare entusiasmi e, che, d’altra parte, non sia entrato nella profondità della crisi culturale del nostro tempo, ma solo nei suoi epifenomeni; e in un senso conservativo.

Nella situazione attuale un discorso corretto e sensato non basta

Lo so, è difficile parlare a chi si accinge a mangiare il panettone e a stappare lo spumante. È altrettanto difficile che un Presidente, che è organo di garanzia e di alta rappresentanza, possa entrare nei punti più divisivi della politica: deve registrare i problemi di rilievo, senza proporre soluzioni troppo particolari che spettano agli attori politici. I quali però da questo discorso finiscono col non trovare indicazioni o di trovarne così generiche che le sapevano già. E difatti sono stati contenti tutti i politici e forse anche i cittadini seduti a tavola. L’optimum sarebbe però che da un discorso corretto emergessero proposte, anche coraggiose, non solo la correttezza d’un discorso sensato.

Anche perché per molti problemi la Carta costituzionale avvierebbe ad una soluzione e di quella Carta il Presidente è garante e la deve usare per il suo ruolo. Poteva – e doveva - essere più coraggioso in quanto più… costituzionale.  

Sulla pace Mattarella sembra affermare che sono le armi a tutelare la giustizia

Sulla pace soprattutto. Si può dire che la pace è indicata dalla nostra carta come diritto irrinunciabile, e dire nello stesso tempo che… si può fare la guerra e armare i confliggenti? La nostra Costituzione afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art.11): condanna la guerra in tutte le sue manifestazioni, sia come strumento di aggressione sia come strumento di risoluzione. E compito costituzionale dell’Italia allora sarebbe quello di interporre tra i contendenti la forza della ragione, cercando di favorire il dialogo: il che non avviene inviando armi (che favoriscono la continuazione della guerra) e irrogando sanzioni (che non solo sbilanciano l’intermediazione, ma addirittura svantaggiano che le irroga). Al giudizio del Presidente pare invece sottintesa l’idea che sono le armi che tutelano la giustizia e che fanno la pace, mentre sappiamo che non è mai stato così. Sono sempre servite o a prolungare il conflitto o a raggiungere una pace più tardiva e più rancorosa e foriera di nuove guerre. E sicuramente più vantaggiosa per i mercanti d’armi. 

La pace resta comunque una scommessa meno rischiosa della guerra

La stessa motivazione che con le armi si vuol evitare che “vengano aggrediti altri paesi d’Europa”, come dice, ancora sbilanciandosi contro il suo solito, il nostro Presidente, diremmo che è destituita di ogni speranza e irrimediabile, perché oggi non basterebbero comunque le armi a fermare un aggressore così folle e provvisto di mezzi di istruzione globali che volesse conquistare il mondo. Per fermarlo si arriverebbe alla distruzione di tutti. Non resta che far leva sul principio di ragione e e sul principio di speranza, che si coltivano con la ricerca di amicizie internazionali, non di isolamenti. E se così la pace pare una scommessa, ebbene noi riteniamo che sia per il mondo una scommessa meno rischiosa della guerra, che mai, specie oggi e contro una potenza nucleare, può concludersi con una vittoria bellica. 

L'amore di Patria lo si onora rispettando i doveri civici e pagando le tasse

Questa scommessa sul bene è legata alla speranza teologale, che faceva dire a papa Giovanni nella Pacem in terris (n.26)servendosi di Giovanni Crisostomo, che “il fatto che non tutto sia guidato dal caso e alla cieca, appartiene alla Provvidenza divina”. Ed è contraddittorio lodare e invocare la speranza di papa Francesco e del suo Giubileo, come fa spesso il nostro Presidente, se poi la si contraddice nel punto più decisivo per la speranza. Spiace dirlo, ma qui il nostro Presidente, tanto cauto nei problemi interni, diventa aperto paladino dell’ordine occidentale (atlantico) istituito più che della nostra Carta costituzionale, che si apre al rischio utopico della fraternità mondiale.

Più coraggioso, e costituzionale avrebbe potuto essere a proposito della promozione del senso di Patria, che tanto piace alle destre. Ma, mentre giustamente, richiamando l’idea di Patria, porta ad esempio i cadetti della Marina militare, i militari in genere, i medici, gli insegnanti, gli imprenditori e i lavoratori coscienziosi, il nostro Presidente non dice che l’amor di Patria insiste soprattutto nel rispetto dei doveri civici comuni, tra i quali il primo posto è il contributo di solidarietà che ciascuno deve dare al bene comune secondo le sue possibilità, comprese le tasse. A noi pare il problema cruciale per la promozione d’una concordia tra cittadini. 

Il Presidente appare più tutore della collocazione atlantica dello Stato che promotore della Costituzione

Il nostro Presidente giustamente deve infondere oggi, con sensibilità storica, il senso dello Stato attraverso una Costituzione che inserisce la persona nello stato e lo Stato nel mondo. Mattarella ha forse reso preponderante il suo ruolo di tutore della collocazione internazionale (atlantica) dello Stato rispetto a quello di promotore della Costituzione. Ne viene una visione di organizzazione politica corretta ma ancora arretrata, fondata su vecchi equilibri bipolari intoccabili; che non ha il coraggio della nostra Costituzione, che si apre alla mondialità plurale e a quel policentrismo che è caro a papa Francesco. 

Nel 2025 cadranno gli 80 anni della Liberazione. L’ha ricordato, alla fine, il Presidente. Sarà un’occasione da non perdere: non solo per via del conflitto storico tra fascismo e antifascismo, ma per via di quello perenne tra diritti dell’individuo e diritti della persona.

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Filippo Pizzolato

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