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La porta della speranza

carcere segregazione

Un progetto internazionale, in Vaticano, che gioca sul simbolismo della porta in relazione con il carcere. Bergamo ha molte porte e un carcere sovraffollato. Ci sono le condizioni perché l’idea di aderire a quel progetto possa farsi avanti

 

Nel mese di ottobre è stato presentato in Vaticano il progetto internazionale chiamato “Porte della speranza”. Estensione simbolica del gesto coraggioso e significativo di Papa Francesco che, all’inizio del Giubileo, ha compiuto il rito dell’apertura della porta nel carcere di Rebibbia a Roma. Era la prima volta che, in un Giubileo, la seconda porta santa veniva aperta all’interno di un edificio pubblico, trasformandolo in un ambiente in cui si deve coltivare la speranza, l’inclusione e la rinascita di tutte le persone recluse.

 

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Le carceri. La speranza

Il progetto prevede l’istallazione di dieci sculture da collocarsi davanti ad altrettanti istituti penitenziari a ricordare che la speranza di ogni detenuto debba essere sempre alimentata anche dall’attenzione di chi sta fuori dalle mura del carcere. La presenza nello spazio pubblico di strutture artistiche a forma di porta aperta (diversi stili, diversi materiali, diversi orientamenti nei luoghi…), ha lo scopo di tenere viva la memoria nei confronti di chi abita nelle città dalle porte chiuse a chiave e favorisca il superamento dei tanti pregiudizi sui detenuti, specie delle infamie verbali di chi afferma che “bisogna buttare la chiave”.

Le dieci istallazioni – otto in Italia e due in Portogallo – fanno parte di un progetto destinato ad ampliarsi nel corso degli anni, fino a diventare un punto di riferimento in tante altre realtà non solo nazionali. In Italia le città interessate all’esperimento sono Milano, Venezia, Roma, Napoli, Palermo Lecce, Reggio Calabria e Brescia.

La prima porta è stata realizzata a Milano e collocata davanti al carcere di San Vittore, in via Filangeri. È opera di Michele De Lucchi. Due alti battenti si aprono a ventaglio per lasciar uscire lo spiraglio di un’apertura verso il luogo storico della detenzione, ancora presente nel centro della città.

 

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“Le porte della speranza non si pongono solo come simbolo da contemplare, ma come soglia da attraversare; la speranza di un futuro diverso basato sulla dignità di ogni persona, dentro e fuori dal carcere”.

Bergamo, le sue porte e il suo carcere. Una proposta

Bergamo ha quattro porte per entrare nella Città Vecchia. Anche nel centro della Città Bassa si erge Porta Nuova, quella dei propilei che aprono alla Città Alta. Anche Bergamo ha il suo carcere, nell’isolamento di via Gleno, con una situazione di affollamento che resta allarmante e tanti problemi che stentano a far breccia nell’attenzione dell’opinione pubblica. Perché non chiedere alla nostra rappresentanza politica e religiosa di entrare a far parte del progetto, come ha fatto la cugina Brescia?

Non si tratterebbe di relegare la porta artistica in quella zona lontana dal centro, dove passerebbe quasi inosservata. Ci sono tanti luoghi in centro in cui si sono ospitati eventi artistici provvisori o definitivi. Si tratterebbe di dare visibilità all’esistenza di un luogo che si tende a rimuovere e, soprattutto, all’umanità che nella detenzione soffre l’indifferenza di chi sta fuori.

L’arte deve tornare a far riflettere. La provocazione non basta più.

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