Sul blog è avvenuto, nei giorni scorsi, uno scambio tra Bruno Duina e Jessica Todaro. Duina ha raccontato di una sua esperienza: un signore anziano che accompagna un figlio “che ha problemi” nel bagno di un bar di Milano e si trova sollecitato da un turista che ha fretta e vuole entrare anche lui. Jessica Todaro risponde notando che Milano “pare avere due ritmi; uno sì frenetico, smagliante, cromato come i suoi grattacieli e all’ultima moda, ma anche uno di sapore antico, umano, stanco e bello come quegli scorci (della vecchia Milano, come si dice) che per fortuna ancora si possono ammirare nei quartieri rimasti come una volta”.
La fretta del turista e la lentezza dell’anziano che accompagna il figlio mi hanno richiamato alla memoria la parabola evangelica del buon samaritano. Anche nella parabola evangelica ci sono i personaggi che, di fronte al malcapitato percosso dai briganti “girano alla larga” (così la traduzione letterale del testo di Luca): il sacerdote e il levita. Poi, invece, il buon samaritano, straniero ed eretico, che si ferma e si dà da fare.
Va notata una differenza di peso, oltre a tutto il resto, tra la scena evangelica e quella del bar milanese: nella parabola evangelica non è la fretta che fa “girare alla larga”, ma la preoccupazione “religiosa” degli addetti al culto che non vogliono “sporcarsi le mani”: toccare sangue o cadavere rende impuri e quindi inadatti al culto del tempio. Ma tra l’antica parabola e la scena moderna esiste un filo rosso comune: la differenza fra chi “perde tempo” per chi è nel bisogno e chi non ha tempo da perdere e deve andare oltre.
La “morale” della “cronaca” moderna coincide con quella della parabola antica: bisogna perdere tempo per l’altro. Senza tempo da perdere – e da donare – l’altro resta fuori portata. Non c’è tempo per medicargli le ferite e tanto meno tempo – e denaro – per la taverna dove collocare il ferito. Il buon samaritano, nella modernissima Milano, resta fuori tempo e, soprattutto, fuori spazio.