Leggere è sempre leggere sé stessi, lavorare in noi stessi, scoprire, curare, vigilare su noi stessi e in noi stessi. Le molte sfumature nostre e dell'altro... In tempi di guerra e di vaghe speranze di pace
Per rimuovere quello che mi mette in difesa
Vi propongo in questa sequenza di titoli di poter partecipare ad un processo che si invera e si incarna in ciascuno di noi grazie e attraverso un percorso progressivo e generativo di noi stessi:
- Aa. Vv, «Le ragioni del nemico, a cura di Bettina Müller, Casagrande (2002);
- Aa. Vv, «Parlare con il nemico», a cura di Jamil Hilal e Ilan Pappe, Bollati Boringhieri, (2004);
- David Grossman, «Con gli occhi del nemico», Mondadori, (2007);
- «Dentro il conflitto oltre il nemico. Il metodo Rondine», a cura di Luca Alici, Il mulino, (2018).
Raccolgo personalmente da queste letture l’invito a conoscere me stesso - noi stessi- e il prossimo, e il nemico dall’interno, da dentro... Il movente di cui parlo - nello scrivere e nel leggere - è l’aspirazione a rimuovere, volontariamente, ciò che mi difende dall’altro dal prossimo chiunque egli sia (il partner, il genitore, il figlio, l’amico del cuore) fino al nemico più agguerrito.
Come ritrovare la pace, riconoscere le buone ragioni dell’altro anche se l’altro è un nemico?
Far entrare in noi la pelle dell'altro
Raccontare storie, far incontrare e ascoltare persone, riconoscerne i volti… in grado di far entrare ciascuno di noi nella pelle dell’altro, farli pensare con la testa di un altro - ospitando in noi stessi i diversi punti di vista dell’altro, cogliendone le sue mille sfumature - far loro guardare la realtà con gli occhi dell’altro, in modo da far sentire il battito del cuore dell’altro, anche se l’altro è un nemico.
Mettere i piedi nella terra dell’altro, non stare a distanza o al di qua del muro, abbattere il muro (Ef 2, 13-18), quella parete divisoria a volte così sottile, visibile e per lo più invisibile che sia, che separa me dal prossimo come dal nemico, che separa me da me stesso. Qui esporci all’altro è mettersi nudi in noi stessi.
Dentro quella armatura nella quale ci corazziamo - e anche dentro quella del nostro nemico - c’è sempre una persona. “Così come dietro la corazza della paura, dell’indifferenza, dell’odio, dietro la contrazione della psiche, dietro tutto ciò che è andato spegnendosi in ognuno di noi in questi anni difficili, dietro a tutti i muri difensivi, i posti di blocco e le torri di guardia c’è sempre una persona, (D. Grossmam, p. 29).
Infatti, la natura è la sostanza della condizione violenta è il desiderio di provare a rendere le persone senza volto, a trasformale in una massa indistinta e priva di volontà, a ridurle a cosa, un oggetto su cui esercitare la nostra volontà di dominio.
Riconoscerci in questo lavoro è iniziare in noi stessi a riscattare i mille volti e tratti che coabitano in noi; è riscattare ogni persona dall’indistinto, dall’anonimato - senza nome e senza volto- dal nostro istinto violento.
Vivere in terre disgraziate, a Gaza o a Mariupol
Che cosa significa vivere in una regione disgraziata della terra? A Gaza come a Mariupol? Significa prima di tutto, essere contratti, tanto fisicamente, psicologicamente, spiritualmente, tutto della persona – in corpo, anima e spirito è teso e contratto, pronto ad assorbire il colpo, ma anche a balzare via in fuga, se ti accorgi di essere ancora vivo e sopravvissuto al colpo.
Chiunque viva in una situazione del genere lo sa bene: non solo il corpo, ma anche la psiche e lo spirito, si prepara per il boato e la prossima esplosione o la prossima edizione del notiziario. «Colui che ride probabilmente non ha ancora ricevuto la terribile notizia», ha scritto Bertolt Brecht», (Id, p.24). già quando tu vivi in una zona di tragica emergenza, scopri che sei sempre sul chivalà.
«In sostanza, tu già crei tutto dentro di te. stabilisci ormai una normalità di vita già tutta impregnata di disperazione, a causa della perenne paura di questa disperazione. E non ti accorgi nemmeno più quanto la tua vita, come quella di tutti gli altri, scorra per lo più dentro la paura della paura, quanto il terrore distorca ormai il tuo carattere, quanto ti rubi la gioia di vivere e il senso della vita», (Id, 25).
Le mille sfumature di ognuno
Tornare in ascolto e in attenzione a cogliere in noi stessi e in ogni altro le mille sfumature che ci compongono. Restituire quelle sfumature che ci rammentano l’individualità, singolarità, unicità, irreperibilità di ogni persona, in quanto essere umano…
«Allora potremo forse arrivare in quel luogo in cui è ammesso che esistano insieme - senza cancellarsi a vicenda, senza negarsi l’una al cospetto dell’altra - le storie assolutamente antitetiche di persone diverse, popoli diversi, e persino di nemici giurati. Solo se raggiungeremo quel luogo - e solo se lo raggiungerà anche il nemico - riusciremo alla fine a comprendere che in una vera trattativa politica le nostre aspettative dovranno inevitabilmente incontrare quelle del nemico, ed ammetterne le ragioni, la legittimità, essendo esse legittime e ragionevoli» (Id., pp. 30-31). In quel momento sentiremo tutti - cioè, le multiformi parti in causa- quelle dolorose doglie” che possono partorire la pace.
Captare il diverso da me
L’impulso primario che muove la scrittura - che è sempre anche un atto di lettura rilettura e riscrittura- è il desiderio di inventare, creare, generare una storia e conoscere sé stessi. «E c’è un secondo impulso che collabora e completa il primo: il desiderio di conoscere il prossimo dall’interno, da dentro, il desiderio di superare ciò che ci porta a difenderci dall’altro e tentare davvero di sentire che cosa significa davvero essere un’altra persona. Riuscire a captare in un solo istante il filo incandescente che brucia dentro qualcun altro», (Id, p. 14). Ed è, se si vuole, «il magma, quella materia primigenia incandescente che sobbolle nell’interiorità di ogni persona…», (Id, p. 13)
Per Etty Hillesum scrivere - (il Diario e le Lettere) è anche leggere se stessi e l’altro. Fu eminentemente il modo di rimanere in contatto con sé stessa e con la vita. E tuttavia un giorno deve riconoscere: «Una cosa è certa: non potrò mai scrivere le cose come la vita le ha scritte per me, in caratteri viventi. Ho letto tutto, con i miei occhi e con tutti i miei sensi, ma non saprò mai raccontarlo allo stesso modo. Potrei anche disperarmi per questo, se non avessi imparato che dobbiamo accettare le nostre forze insufficienti, però con queste forze dobbiamo veramente lavorare», (E. Hillesum, Diario, 22 settembre 1942)
Scrivere, leggere, ritrascrivere e rileggere in noi stessi ci aiuta a pensare. «Pensare è apprendere lentamente, con pazienza, intelligenza e amore qualcosa. Pensare è inscritto nella realtà delle cose, ma il cui disegno misterioso emerge e si rivela solo a pochi”, (Meditazioni sulla condizione umana di J. Romano Bilenchi).
La pace fiorisce quando germoglia la verità dalla terra. Allora la giustizia si affaccerà dal cielo. Sal, 85(84). La verità di cui si dice non può che germogliare anzitutto dal terreno di noi stessi e dal cielo