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L’incontro

Terminate le mie faccende in centro decido di fare due passi prima di prendere la metropolitana che mi porta verso casa. Nonostante il pomeriggio sia bigio e freddo, Milano è pina di gente, ci sono le Olimpiadi invernali, c’è un’aria festosa, tanti stranieri si fanno i selfie davanti al Duomo o in Galleria: imbocco via Dante e decido di prendermi un bel caffè caldo.

 

 

L’antibagno

Entro, il locale è pieno di turisti, mi bevo il mio caffè e, quasi quasi già che sono qui approfitto del bagno. Entro nell’antibagno, dove ci sono le solite due porte con in siluette la figura di un signore con cilindro e di una signora con la gonna lunga alla caviglia, diciamo in abiti ottocenteschi.

Davanti alla porta degli uomini c’è un signore dai capelli bianchi, tra i settanta e gli ottanta, vestito con molta cura ma non elegante che mi mostra le spalle, mi fermo e aspetto tenendomi a distanza di cortesia. Improvvisamente entra un signore, un turista straniero direi, alto e robusto, carnagione olivastra e capelli corvini, mi passa davanti e dopo una manciata di secondi si rivolge con tono secco al vecchietto: «I have to get in!» Il vecchietto si gira e quasi sottovoce dice: «c’è un invalido, c’è un invalido». Il turista, che evidentemente non conosce l’italiano, ripete con voce più alta «I have to get in! I have to get in!». Il vecchietto risponde imbarazzato «mi scusi, c’è un invalido». Il turista ripete per la terza volta, con tono seccato, la frase ed allunga il braccio verso la maniglia scoprendo sotto la giacca un vistoso braccialetto d’oro: a questo punto intervengo io «You can use this toilet» ed indico la porta delle donne: il turista si gira stupito, non dice nulla ed entra senz’altro nel bagno delle donne.

Il dialogo

Dopo poco esce di fretta e se ne va senza guardare in faccia nessuno: nel frattempo non è successo niente, il vecchietto è sempre di spalle, ed allora entro anch’io nel bagno delle donne. Quando esco, tengo lo sguardo a terra ma con la coda dell’occhio scorgo il vecchietto, sempre rivolto verso la porta del bagno, che sta bisbigliando qualcosa. Mentre sto per uscire dall’antibagno sento una mano che mi prende per il braccio, mi giro, il vecchietto con voce chiara mi dice: «Grazie! Grazie davvero! Sa, mio figlio è invalido... ha dei problemi,… ha dei problemi…»

Ci guardiamo negli occhi, accenno un sorriso ed un gesto di assenso con il capo, come per dire: «comprendo… mi dispiace… ma di niente», ed esco.

La sofferenza

Ora sono di nuovo in strada, cammino ma non vedo più la folla agitata, i sorrisi impostati per i selfie, le signore con le borse dello shopping, vedo solo il volto di quell’uomo dai capelli bianchi che mi fissa, percepisco il calore del suo sguardo, sento la sua mano che mi trattiene per il braccio. Allora il pensiero corre a quante umiliazioni avrà dovuto subire nella sua non breve vita a causa di quel figlio «con dei problemi», a quante amarezze dovrà ancora inghiottire, e poi al pensiero di chi potrà accudire quel figlio quando non ci sarà più la cura amorevole del padre.

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1 commento

  1. Caro Bruno,
    dopo aver letto il tuo articolo L’Incontro, mi rimane impressa la lentezza dignitosa e gentile dell’anziano padre, che si prende cura del figlio nella caotica quotidianità di un bagno milanese, in nettissimo contrasto con la frettolosa rapidità del turista, ben adattatosi, lui sì, al ritmo moderno della metropoli.

    Questa nostra città adottiva pare avere due ritmi; uno sì frenetico, smagliante, cromato come i suoi grattacieli e all’ultima moda, ma anche uno di sapore antico, umano, stanco e bello come quegli scorci (della vecchia Milano, come si dice) che per fortuna ancora si possono ammirare nei quartieri rimasti come una volta.

    Grazie per aver portato alla luce uno di questi scorci dimenticati e bellissimi!

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