Search on this blog

La volontà di vivere insieme

 

La "città economica", la "città culturale", la "città dell'assistenza", la "città sportiva",  la "città dell'assistenza" e la "città spirituale" rischiano di dividere. Fondamentale una narrazione che riporti a unità

 

I possibili che abitano nelle vite dei territori, delle convivenze, non sono già determinati o prevedibili, pur nel gioco di accelerate innovazioni. Non solo: si possono anche disegnare parabole inedite di vita comune e di riconciliazione. Nei due significati della parola: nel senso di traiettorie aperte e rischiate, con viste sull’oltre, e sulla promessa, sul futuro; racconti concreti, pieni di realtà fattuale e di vita, di vita quotidiana, nel loro “senso spostato”, con la forza di disvelamento del senso, della umanità nuova. Di una possibilità di pienezza e di gioia di vivere.[1]

Le "città rivali"

In un bel testo sulle grandi città europee, un anziano e saggio Paul Ricoeur le tratteggiava come complessi giochi di “città rivali”: giochi di chiusure in logiche e pratiche separate, autosufficienti, non di rado contrapposte le une alle altre[2]. La città economica competitiva ed accelerata, tutta tesa a rendere merce di mercato le cose e le esperienze, e bene disponibile e fungibile il lavoro e le capacità delle persone; la città culturale che produce ed offre opere per gusti ed incontri in dimensioni altre e rarefatte, distinguendo attori e fruitori; la città dell’assistenza pronta a riparare e rinchiudere fragilità e malattie dentro castelli di terapia e contenimento analgesico; la città sportiva che offre spettacoli di corpi abilissimi e palestre per la rincorsa di forma e prestazioni del corpo individuale; la città della formazione che abilita e istruisce alla prestazione ed all’adattamento nella rincorsa del proprio ruolo di successo o esecutivo; la città spirituale dove rifugiare cura dell’interiorità, un bisogno di rito e simbolo, residuo delle altre città.

Persone e relazioni vengono frammentate dentro i tempi di piena ma provvisoria appartenenza alle diverse città, in tempi ed in luoghi diversi. I frammenti restano spesso “scomposti”, solo qualche volta vengono composti in utilità, tra loro crescono le tensioni e i conflitti, le lacerazioni. Le interiorità stesse sono scomposte e non solo le forme del rapporto con altri, per lo più segnate da estraneità e istinto di difesa.

Le "regolazioni amministrative" non bastano

La dinamica delle città rivali può pregiudicare l’interpretazione dei giorni e delle vite come cammino, o come progetto; il principio di fredda tolleranza e le regolazioni (solo) amministrative aprono a scivolamenti nell’indifferenza. Nel suo intervento Ricoeur invocava una nuova stagione di riconciliazione e di ricomposizione, da operare da parte delle donne e degli uomini portatori dell’attesa di bene e del bisogno di riprendere il respiro di identità narrative, con altri e per altri. Questo poteva darsi sui confini e nelle crepe delle “città rivali”, là dove la vulnerabilità e la capacità delle persone, le attese e le cure responsabili si riconoscono ed incontrano.

Sono questi i contesti in cui anche oggi si ridisegnano e riscoprono le interconnessioni, le possibilità; dove il desiderio e la giustizia possono tornare ad abitare le vite nelle città, aprendo senso e contraddizioni. Lì si mostra altro: nella risonanza di ascolti e di sguardi, nell’intreccio di diversi linguaggi e prospettive, nel richiamo e nel gioco inedito di presenze e ospitalità. Sono risonanze che trasformano, che svelano le possibilità del vivere. C’è dell’altro: una vita riconciliata.

Le attenzioni alle fragilità

I funzionamenti “separati” delle città rivali possono trovare respiro nuovo in queste riaperture e nelle contaminazioni sui bordi o al cuore della convivenza: e si possono dare coevoluzioni di storie organizzative, o associative, o di storie personali o familiari. Tra vite e contesti di vita si creano nuove corrispondenze, ed esperienze nuove ed ospitali.

Anche le attenzioni alle fragilità possono aprire forme nuove delle organizzazioni del lavoro, dei tempi di vita, delle prestazioni dei servizi, anche dei modi e delle presenze tutoriali o volontarie. Forme che dan valore agli sguardi competenti sulle capacità differenti delle persone, sulle energie che si richiamo reciprocamente.

Tessuti vitali di senso e pratiche di convivenza crescono tra spazi e tempi prima separati: originano dai richiami e dagli impegni reciproci (che sono da sostenere e coltivare), da capacità di mediazione e di facilitazione dell’incontro, di “traduzione” e di stimolo all’immaginazione. Il rapporto con le diversità, con  le appartenenze particolari, con i conflitti (tra prospettive, tra stili, tra diversi obbiettivi e tra interessi, timori, identità chiuse) si può svelenire, si può disarmare: diviene luogo di ricerca e di confronto aperto, di prova di nuove composizioni.

[1] I. Lizzola, In tempo d’esodo. Una pedagogia in cammino verso nuovi incontri intergenerazionali, Città Nuova, Roma, 2023

[2] P. Ricoeur, “Le sfide e le speranze del nostro comune futuro”, in Persone, comunità e istituzioni. Dialettica tra giustizia e amore, ECP, Fiesole, 1994, p 121-ss

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *