Chi muore in guerra agisce sulla spinta di motivazioni ben distinte rispetto a chi invece la guerra la ordisce o la decide. Il giornalista Nello Scavo ha pubblicato su Avvenire del 2 novembre un articolo che riporta una dettagliata analisi sui drammatici casi di suicidi in Israele tra i reduci ossia i soldati operativi nella Striscia di Gaza: sono dati impressionanti che il lettore potrà leggere scorrendo l’articolo.
Non vi sono dati relativi alla controparte in guerra ma non possiamo credere che vi siano sostanziali differenze.
Come pure credo che il dramma dei suicidi tra i reduci delle altre guerre in corso si discosti in modo significativo, sia che si tratti dell’Ucraina, della Nigeria, del Myanmar, del Sudan o dello Yemen, solo per citarne alcune (in tutto, secondo le principali organizzazioni internazionali indipendenti, ACLED, IEP, IED, i conflitti armati ad oggi in corso sono 56): una «guerra mondiale a pezzi» secondo l’efficace espressione coniata nel 2014 da papa Francesco.
La scia di dolore
La guerra - soprattutto da quando le armi sono sempre più micidiali e i mezzi di distruzione più efficienti - è in grado di provocare, e infatti provoca, danni immensi: dalla perdita delle vite umane, alla fame, alle privazioni, esodi di milioni di profughi senza futuro, ma anche incalcolabili danni alle cose e all’ambiente che non è possibile pensare se e quando possano in qualche modo essere riparati.
Sono danni che non si esauriscono nello spazio temporale della guerra o del periodo successivo, ma che incidono profondamente nelle persone e nelle società, lasciando ferite e traumi che durano una vita e, è stato ampiamente dimostrato, che si riverberano sulle generazioni successive.
Chi muore in guerra e chi decide la guerra
Marcel Proust, nell’ultimo volume de Alla ricerca del tempo perduto -Il tempo ritrovato affronta lucidamente -e molto coraggiosamente direi, considerando il clima sciovinistico dominante in Francia durante Grande guerra e negli anni successivi - il tema della distruttività, inumanità della guerra.
Con estrema franchezza egli mette in chiara evidenza il sacrificio del soldato (e del popolo) che affronta la morte per un ideale, la Patria, spesso anche in quanto manipolato, oppure perché costretto dal potere costituito, e lo fa nonostante l’orrore che lo circonda, contrapposto al cinico calcolo politico, economico o di potere di chi invece la guerra l’ha ordita o decisa, nella indifferenza verso le vittime e gli orrori provocati.
L’appello del papa: Fermiamo le guerre e apriamo il tempo della riconciliazione
Il 28 ottobre al Colosseo, a chiusura dell'incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio «Osare la pace» papa Leone XIV si è rivolto ai leader mondiali:
Impariamo di nuovo l’arte del vivere insieme. Fermiamo le guerre e apriamo il tempo della riconciliazione, per una sicurezza fondata sul dialogo e non sull’escalation della produzione e della minaccia delle armi». «La pace è la domanda inascoltata di popoli interi».
Il papa denuncia le «scandalose disuguaglianze, il disinteresse verso il creato e la vita delle future generazioni»; una «globalizzazione senz’anima»; condanna gli «antichi fantasmi» che «sono riemersi facendo rivivere nazionalismi e odi etnici e razziali»; «la pratica della forza» che «calpesta il diritto internazionale e indebolisce le istituzioni nate all’indomani della seconda Guerra mondiale» e infine «Non c’è futuro se la guerra si sostituisce alla diplomazia e al dialogo nella soluzione dei conflitti».