Ormai da molti anni la festività nazionale del XXV aprile lascia strascichi di polemiche per via di incidenti, più o meno gravi, che vi si verificano. Puntualmente c’è chi spesso con buone intenzioni, ma spesso con una qualche dose di trascuranza storica se non di finta ingenuità, si lamenta che essa non diventi una festa della riconciliazione nazionale e che celebri la pari dignità di tutti i caduti nella lotta. E a me pare che ci si debba chiedere se al ripetersi di quegli episodi e della lamentela non sia estranea nemmeno una diversa comprensione del significato di quella giornata celebrativa.
Il XXV aprile è una festa civile
Diciamo subito che il XXV aprile non è una festa religiosa, una specie di Ognissanti della Seconda Guerra mondiale, dove si invoca la misericordia divina su tutti: ammesso che stia ancora a cuore un tale orientamento agli uomini secolarizzati del nostro tempo. È fuori discussione che la pietas per tutti i caduti ha da essere un atteggiamento etico costante dell’essere umano che voglia restare umano. E cristiano, se vi si aggiunge la motivazione religiosa e il riferimento a quel Cristo che invocava perdono anche su chi lo crocifiggeva.
Ma il XXV aprile è una festa civile che ha una motivazione storica: è stata istituita per fare memoria non solo e non principalmente dei caduti, ma ancor più della causa specifica per cui quegli uomini e quelle donne si sono battuti/e e si sono sacrificati/e. E la causa non è unica e la differenza non è piccola: alcuni si batterono per la libertà (si chiama infatti Festa della Liberazione) e per la democrazia; altri si batterono per mantenere in vita un regime (quello nazifascista) dittatoriale all’interno, e imperialista e bellicista e razzista nei rapporti internazionali. Nel XXV aprile non si celebra quindi primariamente una festa dei caduti, ma la vittoria di una causa per cui una parte di essi è caduta. Già S.Agostino, quando voleva caratterizzare i martiri, proclamava che i martiri non li fa la morte che subiscono (poena), ma il motivo (causa) per cui la subiscono (Commento ai Salmi, XXXIV, 2,13).
Il XXV aprile è una festa PER tutti, non DI tutti
Potrebbe diventare festa di tutti? Magari! Vorrebbe dire che la generalità degli Italiani ha introiettato i principi di quella causa che ha vinto il XXV aprile. E che ha fatto propri i principi della Costituzione che ne è nata e che non è il programma di un partito, ma la regola di base che mette limite all’impazzimento possibile della politica.
Invece ci sono ancora molti che non accettano quella Carta nel suo fondamento né l’idea stessa di Costituzione, esponendo la politica a tutte le emozioni e i risentimenti dei cambi di maggioranza. Troppe volte l’obiettivo, dal XXV aprile raggiunto e trasferito nella Costituzione, è attaccato da tentativi di stravolgimento dei principi fondamentali dello Stato, anche se spesso per fortuna, è rintuzzato dalla sua forza interna stessa e da una resistenza persistente.
Stando così le cose, per evitare che il XXV aprile sia festa divisiva non basterà trasformarlo in festa dell’unità nazionale, cambiandogli il nome ma lasciando immutata la sostanza d’una divisione. Che non è solo politica (che è divisione legittima) ma su principi istituzionali comuni.
Altrimenti resterà com’è ora: festa per tutti nelle sue conquiste universali, ma non festa di tutti quanto a riconoscimento generale. E festa discriminante. Festa solo di coloro che credono che la libertà sia un obiettivo da perseguire e da difendere continuamente, ancora oggi, contro le insorgenze di quello che Umberto Eco chiamava il “fascismo perenne”.
Il XXV aprile si è scontrato con la crisi internazionale
Ma c’è un fatto nuovo: che quest’anno gli incidenti del XXV aprile hanno assunto un esclusivo colorito internazionale. E su questa trasformazione, indotta dalle guerre in corso, i cui effetti ricadono nella politica costituzionale ed estera italiane, meriterebbe riflettere più distesamente.
Gli incidenti più rilevanti di quest’anno hanno visto sullo sfondo non la lotta tra Destra e Sinistra, ma tra filoEbrei e filoPalestinesi e gli Ebrei italiani come vittime e come protagonisti: vittima la Brigata Ebraica contestata e fatta uscire dal corteo a Milano; protagonista quel giovane ebreo romano che ha ferito due anziani filopartigiani a Roma.
Il XXV aprile e le contestazioni. Gli Ebrei dovrebbero porsi una onesta domanda
Ma il XXV aprile in Italia non sarebbe una festa anche per gli Ebrei? Sì, perché celebra anche la loro liberazione. E così è stato per molto tempo. E l’italiano ebraico Fiano (ex deputato PD), che lamenta l’ostilità oggi ricevuta, ricorda con nostalgia di avervi partecipato tranquillamente fin da piccolo col padre. Ma lui, con l’onestà che gli riconosciamo, e con lui gli Ebrei italiani, invece di reagire levando incriminazioni e magari sparando, potrebbero porsi una domanda e darsi una risposta non difficile: non sarà che un tempo essi erano accolti con affetto e simpatia perché erano visti come vittime scampate alla tirannide e alla discriminazione (anche razziale), mentre oggi, a causa della politica del Governo d’Israele, appaiono transitati dalla parte dei (pre)potenti e perfino degli sterminatori?
Né ci vuole perspicacia d’aquila a capire che oggi l’ostensione della bandiera nazionale di Israele ai cortei del XXV aprile può diventare una provocazione, e perfino una contraddizione con l’ispirazione libertaria di quella festa.
A noi che sappiamo distinguere Abramo da Netanyahu ripugna l’oltraggio antisemitico che è uscito da qualche voce di cane sciolto. Ma non appartengono a noi, e al XXV aprile, nemmeno le icone di Netanyahu e di Trump sfilanti in corteo a fianco della gloriosa Brigata Ebraica.
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D'Ambrosio