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Strada facendo

Salvini, la gloria di ieri, le percentuali di oggi

Matteo Salvini e Roberto Vannacci (elaborazione IA)

 

 

Non è un periodo felice, questo, per Salvini. E’ un eufemismo. Perché, per essere precisi, gli sta andando proprio tutto di traverso. Antichi amici lo hanno lasciato, i sondaggi rilevano, impietosamente, un calo che prosegue, da una settimana all’altra: Vannacci erode simpatie e consensi. Nel governo cerca di ricuperare, con qualche affanno, un minimo di autonomia. Ma non può tirare troppo la corda perché se tira troppo da una parte, c’è Tajani che tira dall’altra e Meloni che veglia dall’alto del suo inossidabile “consenso”.

Nel vedere quel 5,6 per cento di Salvini incalzato dal 4,8 di Vannacci (dati dell’ultimo rilevamento della 7) viene spontaneo andare ai trionfi del passato del Matteo nazionale: oltre 17 per cento alle politiche del 2018, oltre 9 milioni di voti alle europee del 2019 e 34,16 per cento di percentuale. Dal 34, 16 al 5,6 per cento: “crollo verticale”, dicono, impietosamente, i giornalisti. Intanto, alle disavventure esterne si aggiungono i sommovimenti interni, con Zaia e Fedriga e gli altri capi storici che chiedono qualche significativo cambiamento. I sommovimenti interni, in omaggio al principio dei polli di Renzo, intendo parlare del Renzo dei Promessi Sposi. E’ noto il passaggio. Mentre il protagonista del romanzo manzoniano sta andando verso il dottor Azzeccagarbugli per farsi aiutare a districare il nodo del suo mancato matrimonio, pensa a quello che deve dire, agita le mani e agita anche i polli che si è preso per compensare l’Azzeccagarbugli. “Dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.

Per cui, alla fine, di fronte al tracollo di Salvini, nasce la domanda impietosamente moraleggiante (quindi importante per i pochi che amano la morale, stucchevole per tutti gli altri): che cosa è rimasto della gloria passata? Poco, si direbbe. E se qualcosa è rimasto è quello che non ha diretto rapporto con la gloria. In altre parole: non è rimasto gran che di quello che è servito a Salvini; è rimasto, forse, qualcosa, di quello che è servito al Paese. La buona politica non coincide con la gloria e il buon politico non è il cacciatore di consensi. Anzi: il buon politico, il politico proprio buono, è colui che, fatto il suo servizio, sa mettersi da parte, felice non di quello che ha ricevuto, ma di quello che ha dato.

Mamma mia, che predica che mi sta venendo. Ma, predica a parte, esistono ancora politici capaci di questo disinteresse? Non lo so. Mi rimane solo di consolarmi immaginando che, forse, da qualche parte, possano esistere ancora.

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