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Perché colpire una Chiesa a Gaza?

soldier in war scene

 

Dopo il tempestivo, acuto intervento di don Alberto mi permetto di tornare sull’attacco patito dall’unica Chiesa cattolica di Gaza (Chiesa della Sacra Famiglia) da parte delle forze armate dello Stato di Israele, per rilanciare alcune ulteriori riflessioni.

 

Non è stato un errore

Sappiamo che Netanyahu si è affrettato a telefonare al Papa per scusarsi, definendo quell’atto un “errore”. Ma è lecito dubitare, come ha detto subito il card. Pizzaballa, che si tratti di un vero e proprio errore: E non di una forzatura atta a provocare una determinata reazione e a saggiare gli umori internazionali di fronte ad un atto dalle implicazioni delicate. Quasi un mettere alla prova l’effettivo peso culturale e la caratura morale della Chiesa cattolica e la reazione delle potenze cristiane che qualche (sia pur timida) perplessità da qualche termpo avevano cominciato a nutrire verso il criminale atteggiamento israeliano a Gaza.

Colpire una Chiesa cristiana (e cattolica) voleva dire provocare una sicura reazione. Se non altro per onore di firma da parte delle potenze occidentali ”cristiane”. Netanyahu lo sapeva. Ma vedere tipo e il grado di reazione era altrettanto importante per Israele, e anche per noi.

Il Papa non ha difeso la "sua" Chiesa

Intanto quello delle potenze: Trump per primo è saltato sul carro crociato della condanna. Ma interessavano, forse di più, altre reazion meno interessate. Che se, magari la Chiesa di Roma avesse risposto con una eccezionale reazione distintiva, cioè sottolineando la sua specifica ed estraneità al conflitto (una neutralità spirituale), essa avrebbe in qualche maniera fatto risaltare un suo più pacarto atteggiamento di fronte all’usuale atteggiamento criminale di Israele a Gaza contro altre religioni (quella islamica). E, in qualche modo, invocando un’eccezione solo per se stessa, avebbe tactamente autorizzato l’attacco contro gli altri.

Ma il Papa ha invece reagito da leader religioso non da leader confessionale. E, pur esprimendo vicinanza ai “suoi” fedeli di Gaza colpiti, “ha ribadito l’urgenza di proteggere i luoghi di culto e soprattutto i fedeli e tutte le persone in Palestina ed Israele”.

Ha così parlato non solo da leader religioso, ma da leader spirituale, perché ha protestato invocando il rispetto per la religione come componente fondamentale dell’uomo. In un luogo in cui si perpetrano quotidianamente crimini contro centinania di uomini, donne e bambini, era assurdo dare un rilievo eccessivo ad un crimine contro una Chiesa (sia pure abitata essa stessa) che colpiva “solo” poche persone. Una protesta eccessivamente unilaterale avrebbe rischiato una separazione della dimensione religiosa dalla dimensione umana.

Invece, nel momento in cui riceveva le scuse di Netanyahu per l’attacco alla sua Chiesa, il Papa “ha espresso nuovamente la sua preoccupazione per la drammatica situazione umanitaria della popolazione a Gaza, il cui prezzo straziante è pagato in modo particolare da bambini, anziani e persone malate”.

Questo crimine diventato cassa di risonanza per quelli di prima

Non ha preteso una guarentigia per la sua Chiesa né rispetto ad altre religioni né rispetto alle sorti dell’umanità sofferente in quello spazio e in quel tempo in cui la vocazione universale della Chiesa cattolica parla a nome della umanità tutta in vista della quale essa stessa sussiste. In ciò raggiungendo in pienezza la dimensione comunionale del cristianesimo.

Se Netanyahu si preoccupava delle reazioni diplomatiche dei Paesi cristiani in quanto tali e in quanto colpiti in via confessionale (ammesso che in quest’epoca postreligiosa questa sia politicamente rilevante), l’atteggiamento del Papa ha indicato la strada alle risposte. Ed è di non isolare questo “errore” facendogli fare da copertura, con la sua eccezionale atipicità, dei diversi crimini precedenti, ma di farlo diventare cassa di risonanza esemplare dei crimini precedenti.

Perfino Meloni ha dovuto prendere atto

La sua lezione ha fatto scuola. Stimolata dal crimine contro la sua religione nazionale, ha fatto sentire su Gaza la sua  voce la stessa nostra Presidente  Meloni. Ha seguito, come poteva, la dichiarazione del Papa e si è assestata sulla linea della difesa, a Gaza, sia della religione cristiana sia della popolazione ivi sofferente. Era troppo chiederle di vederne gli stretti rapporti dell’una con l’altra. Ma, comunque, una religione civile nazionalistica come quella di Fratelli d’Italia ha dovuto inchinarsi di fronte alle ragioni dell’universalismo cristiano. Speriamo non per solo calcolo.

 

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