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Parole brevettate: genocidio e antisemitismo

Le sottigliezze sul termine e le quotidiane violenze a Gaza.
Le sottigliezze su "genocidio" e l'approssimazione su "antisemitismo".
Alcuni giornali e la difficoltà a raccomandare moderazione a Israele

Papa Francesco nel suo recente libro per il Giubileo, La speranza non delude mai, ha osato fare questa affermazione: “A detta di alcuni esperti ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione”. Ha pronunciato, con molta cautela e in via di ipotesi, parole che moltissimi sentono e pronunciano apertamente. 

Per alcuni "genocidio" definisce solo la Shoah

Eppure sono bastate perché su certi giornali che vanno per la maggiore alcune firme, peraltro di appartenenza ebraica, si siano scandalizzate, sostenendo che bisogna fare molta attenzione quando si usa la parola “genocidio”. Sembra che la si possa usare solo per definire la storica persecuzione della shoah.

È stato infatti il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin a proporla per definire il tentativo nazista di annientare il popolo ebraico. Poi però l’ONU ha sottratto quella parola al monopolio ebraico e l’ha definita come “gli atti commessi [da chiunque] con l’intenzione di distruggere un gruppo nazionale [qualunque sia], etnico, razziale o religioso”. E ci sono altri genocidi, anche in corso ora, nel mondo.

Ma le suddette firme argomentano che verso i Palestinesi non sarebbe in atto un genocidio perché non c’è l’intenzione di distruggere un gruppo etnico, ma di colpire persone nemiche. E però la proporzione tra morti “nemici” (Hamas) e “morti di popolo” (Palestinesi) è infinitamente sbilanciata su questi ultimi e quel popolo palestinese è colpito in solido, senza alcuna distinzione, con Hamas. E poi: sono belligeranti o sono rappresentanti di una nazione (di un génos) quei coloni Palestinesi che le continue rappresaglie dei coloni e di militari israeliani costringono quotidianamente, e stavolta in via proprio intenzionale, ad abbandonare i propri territori, legalmente posseduti? Non si distrugge anche così un popolo: togliendogli il sostentamento?

Poi, quando si invoca il criterio della “intenzione”, si entra in un terreno sfuggente e opinabile, perché l’intenzione non è quasi mai messa su carta bollata né dichiarata, e per lo più anzi resta inespressa o implicita o addirittura negata, e perciò è soggetta, in sede sia storica sia morale, ad un procedimento di valutazione (di ermeneutica) che ha sempre un largo margine di soggettività. 

Può esistere un genocidio di fatto

Forse è preferibile usare l’espressione “sterminio di un popolo”, ma la sostanza finale non cambia. E però noi, che non riteniamo brevettata la parola “genocidio”, rivendichiamo la possibilità di usarla secondo il senso linguistico che nella storia ha avuto anche al di fuori della shoah e che indica la “distruzione di una stirpe“; e affermiamo che può esserci un genocidio di fatto, che resta tale anche a prescindere da una intenzione programmata. Come altri genocidi in questo tempo si stanno perpetrando, in diverse altre zone del mondo.

Potremo dire che israeliani e filoisraeliani non sono altrettanto linguisticamente rigorosi quando oggi usano la parola “antisemitismo” a man salva. La usano infatti per definire qualunque tipo di attacco compiuto contro Ebrei, senza distinguere attacco contro la politica di Israele o contro le istituzioni israeliane o contro la bandiera di Israele o contro le sinagoghe e i rabbini, cioè senza distinguere stirpe ebraica, religione ebraica, Stato ebraico, Governo di Netanyhau. In questo caso “brevettano” la parola a largo spettro, nel suo senso linguistico più generico. E addirittura perfino errato qualche volta, come quando fanno diventare atti di antisemitismo anche le azioni di terrorismo o di rappresaglia contro Israele commesse da altri popoli semiti, come gli Arabi. Mentre in questi casi sarebbe forse più esatto parlare di “antisionismo”. 

Il rischio che Israele diventi Faraone

Per fortuna il senso comune sa mettere le cose a posto e giudica con sano realismo, ed è anzi più netto e deciso del Papa nel chiamare col suo nome la sostanza dei fatti. E allora diventa lecito chiedersi perché firme e giornali illustri (in questo caso si è distinta “La Stampa” di Torino) vanno controtendenza popolare e alimentano una polemica e non invitano piuttosto lo Stato di Israele e la nazione ebraica alla moderazione, evitando di trasformarsi da oggetti di genocidio, quali furono in passato, in soggetti di genocidio, o di distruzione di un popolo, quali oggi sembrano essere. Non giocherà forse un ruolo il grande condizionamento finanziario che gli Ebrei esercitano nel mondo occidentale e che rende cauto lo stesso tranciante Trump? 

Sarebbe triste che un popolo grande e nostro primogenito nella fede, destinatario dell’alleanza e liberato dall’Egitto, assumesse il ruolo del Faraone. Ci permettiamo perciò di richiamare un’altra volta il pensiero di Gaetano De Sanctis, un grande storico antico cattolico, che dedicava la sua monumentale Storia dei Romani“A quei pochissimi che hanno parimenti a sdegno d’essere oppressi e di farsi oppressori”. 

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