E’ stata pubblicata, sul sito del Corriere, un’intervista a mons. Mario Delpini, vescovo di Milano. Mons. Delpini è “in scadenza”: ha compiuto i fatidici 75 anni e ha dato le dimissioni, come stabilito dalla legge della Chiesa, ma papa Leone gli ha chiesto di restare ancora al suo posto. Dice Delpini: “Riconosco anche una saggezza nel rendere graduali i cambiamenti nella Conferenza Episcopale Lombarda, dal momento che quest’anno il Papa dovrebbe provvedere alla sostituzione dei vescovi di tre diocesi importanti: Bergamo e Como, oltre a Milano”.
Poi aggiunge: “Nei ‘miei anni’ sono accadute molte buone intenzioni e modestissime realizzazioni. Perciò, al mio successore direi: ti viene affidata la Chiesa migliore del mondo, il clero migliore del mondo, la storia più bella del mondo. Devi essere fiero e grato di essere vescovo a Milano. Se poi riesci a essere migliore del tuo predecessore, e non credo che ci voglia molto, questa sarebbe una cosa buona".
Poco prima, nella stessa intervista, aveva detto: “Ho avuto l’impressione di essere ascoltato dappertutto. Ho avuto anche l’impressione di essere irrilevante dappertutto".
L’intervistatore attribuisce queste singolari affermazioni alla nota autoironia di mons. Delpini. Sa prendersi in giro. Già all’indomani della sua nomina Delpini aveva giocato sui nomi, quelli dei suoi predecessori in rapporto al suo: “gli Arcivescovi di Milano hanno nomi illustri, come Angelo, Dionigi, Carlo Maria, Giovanni, Giovanni Battista, ecc. Ma Mario che nome è? Già si può prevedere che si tratta di un vescovo piuttosto ordinario”.
Va bene l’ironia, tanto più se “auto”, ma sarebbe un errore, credo, pensare che le cose dette con ironia siano meno vere. Potrebbe perfino darsi che le parole dette con ironia finiscano per essere più vere.
Allora dobbiamo pensare che mons. Delpini è stato un vescovo ordinario, che è stato ascoltato ma che, alla fine, è comunque risultato irrilevante. Per lo meno, dobbiamo pensare che lui, in tutta sincerità, si sente così e lo dice ad alta voce.
Per cui, da quelle parole vale la pena tirar fuori una qualche forma di paradossale verità e quindi di insegnamento. Abbiamo tutti, mediamente, la tendenza a “tirarsela”, a sbruffoneggiare. Siamo facilmente dei Narcisi tutti presi della propria immagine riflessa nello specchio, pronti a millantare qualità che neanche lo specchio ha saputo rimandarci. Il dirigente pensa che l’impresa dopo di lui fallirà, l’impiegato ritiene che il suo ufficio verrà chiuso, il parroco non accetta di cambiare parrocchia perché pensa che la parrocchia senza di lui collasserà. Poi, alla fine, la ditta non fallisce, l’ufficio riprende vivacità e la parrocchia finalmente cambia aria.
E, alla fine, quelli che sono rimasti vissero, nonostante tutto, felici e contenti.
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Rocchetti
1 commento
Gent. don Alberto, sono un prete orionino di 67 anni. Nel 2024 sono stato 2 mesi all’ospedale per due interventi neurochirurgici. Ero da poco (2033) rettore di un santuario e cappellano di una RSA e di un Nido.
Durante la convalescenza ho avuto uno scontro frontale col mio superiore che lo ha portato, non ascoltandomi e solo per vendetta, a destituirmi dall’incarico che avevo svolto con grande passione e dedizione.
Non credo di essere un narciso autoreferenziale, ma queste esperienze mi hanno cambiato la vita.
Condivido le sue considerazioni sullo stile del vescovo Delpini che, con autoironia, fa presente l’irrilevanza della Chiesa oggi anche tra i bauscia de Milan.
Augurandole ogni gioia, pace e bene, fraternamente saluto. ☘️ DP