La morte delle gemelle Kessler ha fatto molto discutere. O meglio: non ha fatto molto discutere, ma ha portato a una specie di generale apprezzamento di fronte alla loro decisione. Ma è proprio questo apprezzamento che fa discutere
Ho letto e sentito molte reazioni alla morte assistita delle due celebri gemelle. Prevale nettamente un atteggiamento che va dalla comprensione alla approvazione, spesso cordiale e ammirata. Così unite nella vita, tanto da sentire l’esigenza di vivere insieme anche la morte.
Ho fatto fatica a capire questo inno di gloria innalzato alla morte. Certo: le due Kessler si volevano molto bene. O meglio: erano molto unite, anche per via dei molti caratteri fisici e, immagino, psicologici che condividevano. Ma fatico a capire che questi legami siano tali da costringere l’una a morire solo perché muore l’altra o a decidere, semplicemente, di morire insieme.
Ho un’idea forse un po’ romantica dell’amore che spero vivamente non sia solo mia. Questa: se voglio bene a una persona, voglio il suo bene, cioè desidero che stia bene e, quindi, soprattutto, che viva. Che viva anche se, per disgrazia, dovessi morire io. Voglio il suo bene, infatti, e non il mio. Se voglio che muoia perché muoio io c’è il rischio che io confonda il suo bene con il mio. E, in quel caso, sarei costretto a chiedermi: ma le voglio bene davvero?
Ecco la domanda che nasce di fronte alla morte delle gemelle Kessler: ma è vero amore questo? Un amore così fusionale da portare a vivere sempre insieme e, alla fine, a morire insieme? Si possono citare tutte le ragioni possibili che forse aiutano a capire. Ma qualche dubbio, almeno qualche dubbio, alla fine è lecito. Anzi: doveroso. Leggo che il Bild, il popolarissimo quotidiano tedesco, non approva il suicidio delle gemelle. Appunto: perfino il Bild.
Ci sono poi, un paio di particolari che le informazioni ci hanno fornito e che fanno riflettere. La legge tedesca sulla morte assistita non stabilisce che il richiedente sia malato. Basta che lo voglia senza pressioni esterne. Eccolo, il mito inguaribilmente moderno della libertà. Non è necessario avere motivi per morire, basta essere liberi di deciderlo. Non si è liberi “per qualcosa”, ma si usa tutto il “qualcosa” di cui si dispone per essere liberi. Chiaro ma molto discutibile.
Una seconda notizia è che la legge è conosciuta solo dal 15 per cento dei tedeschi. Ursula Bonnekoth, che fa parte del direttivo della “Società Tedesca per la Morte Umana”, dà per certo che la morte assistita delle Kessler contribuirà a far conoscere l’esistenza della legge. Insomma: ci voleva un po’ di pubblicità. E’ arrivata, senza costi, senza inciampi, clamorosamente efficace.