Da qualche mese anche il Papa parla di intelligenza artificiale. Nell'enciclica Magnifica Humanitas Leone XIV invita a restare umani dentro una trasformazione che promette molto, ma che può anche alimentare nuove forme di dominio e di omologazione. Non è un invito a fuggire dalla tecnica, ma a riflettere sull’idea di persona che vogliamo custodire.
Le inquietudini di Alice di fronte alla tecnica
Un discorso che riguarda anche la scuola, dove ogni scelta coinvolge il modo di imparare e di crescere dei ragazzi. Alice è la mamma di Giada, bimba che frequenta la seconda primaria. Quando a scuola compare una tecnologia nuova, Alice si irrigidisce. Il pc, secondo lei, isola; Classroom complica quello che prima era semplice; l'intelligenza artificiale finirà per impedire ai ragazzi di pensare con la propria testa.
Alice non è ostile al cambiamento: osserva sua figlia e vorrebbe proteggerla. Ma proteggere, a volte, significa privare i ragazzi della possibilità di imparare a muoversi in un mondo che esiste già. Le paure di Alice sono le stesse che sentiamo riecheggiare quotidianamente. Paura che si spengano la fantasia e la memoria, che aumenti l’isolamento e che i ragazzi non imparino più a sostenere la fatica.
Ma l’Intelligenza Artificiale non va demonizzata
Sono timori comprensibili. Li incontriamo, con prospettive diverse, anche negli interventi di Alberto Pellai e Matteo Lancini (divulgatori che vanno per la maggiore) quando richiamano gli adulti ai rischi di una crescita troppo mediata dagli schermi, alla solitudine dei ragazzi e alla tentazione di delegare alla tecnologia compiti che restano educativi. Il richiamo va ascoltato, sapendo che i figli hanno bisogno di corpi presenti, relazioni vere, conflitti attraversati insieme, noia, gioco e tempo non programmato.
Occorre, tuttavia, capire se da questa esigenza discenda davvero la necessità di tenere l'intelligenza artificiale fuori dalle aule. Io non credo. Tra riconoscere un rischio e condannare uno strumento c'è lo spazio dell'educazione. È compito delle maestre insegnare a Giada a dubitare di una risposta ben scritta e farle scoprire che essere veloci non significa aver capito. Se la scuola si tira indietro, questo compito resterà al mercato, alle piattaforme o alla casualità delle esperienze familiari. Naturalmente, occorrerà rivedere anche le consegne. In secondaria, chiedere soltanto un tema sui Promessi sposi e poi indignarsi perché qualcuno lo fa generare da un chatbot serve a poco. Si potrebbe, invece, chiedere di confrontare due risposte, individuarne gli errori, verificare le fonti e spiegare oralmente il percorso compiuto. In questo modo l'AI non eliminerebbe la fatica: la sposterebbe su un terreno nel quale copiare non basta più.
Ricordando Gianni Rodari e la sua Grammatica della fantasia
Quando sento riaffiorare queste paure, torno a Gianni Rodari. La Grammatica della fantasia è stata pubblicata più di cinquant'anni fa, eppure continua a ricordarci che la creatività non nasce dal nulla. Ha bisogno di incontri inattesi, parole che cozzano tra loro, errori, deviazioni. Il famoso binomio fantastico funziona proprio perché mette vicini due elementi che, normalmente, non avrebbero motivo di incontrarsi. Immagino allora una classe che chieda a un sistema di intelligenza artificiale di costruire una storia partendo da "semaforo" e "pescecane". La prima proposta potrebbe essere banale. Bene: la si smonterà. Si proverà a capire, si cambieranno le regole, si inventeranno tre finali e poi se ne scriverà insieme un quarto. Oppure, si prenderà un errore prodotto dalla macchina e lo si trasformerà nell'inizio di un racconto. In un'attività del genere la fantasia non verrà appaltata. Saranno i bambini a scegliere, rifiutare, combinare e dare un senso a ciò che hanno davanti.
Qualcuno obietterà che molti studenti useranno comunque questi strumenti come scorciatoie. È vero. Ma la scorciatoia non è nata con ChatGPT. Quando andavo alle medie c'erano i riassunti copiati; alle superiori le versioni passavano sotto il banco; all'università si scaricavano ricerche da Internet e si stampavano senza averle lette. Non c'era bisogno di un algoritmo per evitare la fatica. C'era, semmai, bisogno di un compito che rendesse quella fatica sensata.
Alice teme che Giada possa perdere la sua umanità. Ma Giada incontrerà l'intelligenza artificiale comunque. La userà per studiare, lavorare e cercare informazioni. La questione è con quali strumenti culturali saprà farlo.
Ma tutto questo Alice non lo sa. Non ancora.