Il potere ha libertà di insulto?

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Matteo Salvini “insindacabile”, Roberto Saviani sotto processo. Gli insulti sono liberi per chi è al potere, sono condannati per chi è fuori del palazzo. Ma la Costituzione afferma la parità di tutti i cittadini…

Due pesi due misure

Il Senato della Repubblica ha deciso che le frasi che Matteo Salvini ha rivolto nel giugno 2019 a Carola Rackete, comandante della Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca impegnata nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo, non devono essere giudicate dalla magistratura.

Proprio in questi giorni si sta svolgendo un processo a carico di Roberto Saviano per una invettiva rivolta a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni che è stata considerata diffamatoria.
In questa palese asimmetria emerge la differenza tra chi è un semplice cittadino (giornalista o marinaio) e chi occupa un posto di rilievo nel potere politico.

La Costituzione italiana stabilisce che

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3). 

Per chi siede in Parlamento o al Governo la Costituzione prevede un’immunità per le opinioni espresse “nell’esercizio delle loro funzioni” (artt. 68 e 96), per garantire la separazione dei poteri, proteggendo il politico da abusi della maggioranza o della magistratura. Ma spesso ci si dimentica che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore” (art. 54), il che implica anzitutto il rispetto di ogni altro cittadino. Insultare una persona che cerca di aiutare chi rischia di annegare è da considerarsi un esercizio onorevole di una funzione pubblica?

Così accade che Roberto Saviano debba spiegare al giudice perché ha utilizzato la parola “bastardi” con riferimento a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni per le loro posizioni intransigenti sull’immigrazione, mentre Matteo Salvini non possa essere chiamato in causa per aver apostrofato Carola Rackete come “zecca tedesca” e “complice di scafisti e trafficanti”.

Salvini è “insindacabile” e le regole non sono uguali per tutti

Le parole di Salvini – per il Senato – sono “insindacabili”. Pertanto – per il Parlamento della Repubblica – una donna tedesca può essere tranquillamente paragonata ad un animale, oltre ad essere indicata come complice di chi abusa (e lucra) degli esseri umani, nel caso in cui lo sostenga un ministro del Governo italiano.

Tra l’altro la “zecca” fa venire in mente le incredibili frasi di un parlamentare leghista pubblicate su un quotidiano nel 1999: “Due terzi del Paese vivono e vogliono continuare a prosperare in simbiosi con il Nord. Ma è una simbiosi parassitaria: ci succhiano il sangue e in cambio ci insultano pure, comandano in casa nostra. Basta. Dobbiamo staccarci di dosso queste sanguisughe. Come ci si libera dai parassiti? Con qualsiasi mezzo, purché sia rapido, efficace e duraturo”.

In una Repubblica che si ritiene democratica per i cittadini sovrani dovrebbero valere sempre e per tutti le stesse regole. Anzi, per senso di giustizia sarebbe necessario un riequilibrio: più garanzie per i più deboli rispetto ai più forti, che di fatto dispongono di mezzi più potenti per far valere le proprie eventuali ragioni.

Perciò un politico dovrebbe chiedere sempre di essere giudicato, poiché non rappresenta soltanto sé stesso, ma l’intera nazione (art. 67 Costituzione).
Altrimenti non si può dare torto a Sant’Agostino:

Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?.

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