Come la violenza quotidiana si annida nella normalità e perché serve un’educazione alla nonviolenza fin dalla scuola elementare.
Non solo femminicidi
Si cerca in ogni modo di dimostrare che, nel nostro Paese, la violenza si concentri solo in alcuni casi eclatanti, come l’omicidio e il femminicidio. Ignoriamo — o vogliamo ignorare — che la violenza non si esaurisce in questi episodi: esistono forme mascherate che andrebbero svelate perché si manifestano come un sussurro continuo, un fruscio che attraversa le giornate, un modo di stare al mondo che abbiamo imparato a chiamare normalità. È una pressione che si sente nelle ossa, nei corridoi degli uffici, nelle attese ai consultori, nelle frasi che passano di bocca in bocca senza che nessuno le interroghi. Non serve negarla: basta lasciarla scorrere, come una corrente sotterranea che tutti percepiscono ma che nessuno vuole nominare.
Da anni ci raccontiamo che la violenza di genere coincida quasi esclusivamente con l’omicidio, mentre si esercita in molti modi sulle donne, gli anziani e i bambini . Tutto il resto — lo sfruttamento, la precarietà, la solitudine istituzionale, il lavoro di cura che non finisce mai — viene considerato un contorno, un dettaglio, un rumore di fondo.
È un modo comodo per non guardare la struttura. Per non vedere che la violenza non è un incidente, ma un’infrastruttura. Non è un gesto, ma un ambiente. Non è un fatto privato, ma un modo che attraversa il vivere quotidiano.
Il corpo come luogo dell’attrito
La violenza si riconosce nei contratti part‑time imposti, nei colloqui in cui si chiede «ha intenzione di avere figli?», nelle madri che tornano al lavoro come se il parto fosse una parentesi da richiudere in fretta. Si riconosce nei consultori svuotati, nei servizi che evaporano, nelle città progettate senza pensare a chi si muove con un corpo vulnerabile.
Si riconosce nei titoli dei giornali che trasformano una ragazza uccisa in un enigma da risolvere attraverso ciò che indossava, dove camminava, cosa portava con sé. È sempre il corpo della donna a dover giustificare la propria esistenza.
La violenza è dentro il lavoro precario, sottopagato , svalutato.
Il tredicenne di Trescore e l’aria che respiriamo
Ci sono episodi che sembrano «non c’entrare», ma che in realtà parlano e dovrebbero interrogare la nostra presunta adultità matura, come la vicenda del tredicenne bergamasco che ha accoltellato la sua insegnante. Un gesto che non va moralizzato, ma ascoltato.
Non è un meteorite caduto dal cielo: è un corpo giovanissimo che esplode, come se la scuola e la società fossero ormai ambienti saturi che non sanno più contenere, accompagnare, dare forma. Un ambiente dove la violenza è presente in forme morbide ma diffuse; dove la scuola è lasciata sola, dove gli anziani sono lasciati soli, dove i ragazzi crescono in un clima sociale, politico ed economico che non insegna a stare con l’altro, ma a difendersi e a competere.
Non è un caso isolato: è un sintomo. I sintomi non si giudicano, si leggono.
La galanteria come recinto
Fare della violenza sulle donne un paradigma analitico può aiutarci a superare le riduzioni che definiscono le donne attraverso la loro relazione con un uomo — madre, figlia, moglie — e mai come corpi che decidono, desiderano, agiscono. Mai come soggetti politici, mai come presenze autonome. È una riduzione che non nasce per caso: è un dispositivo. Serve a mantenere l’ordine, a garantire che la libertà femminile resti sempre un po’ sospetta, un po’ eccessiva, un po’ da contenere. È un modo per dire: puoi essere tutto, purché non sia troppo.
L’antifemminismo italiano non ha bisogno di dichiararsi. Vive nei toni morbidi, nelle frasi di circostanza, nelle galanterie che sembrano complimenti e invece sono recinti. Vive nel paternalismo che dice «ti proteggo» mentre decide al posto tuo.
Vive nella retorica che invita a rispettare le donne «perché potrebbero essere vostre madri», come se la dignità fosse un riflesso e non un diritto. È un antifemminismo che non colpisce: accompagna. Non vieta: suggerisce. Non impone: orienta. È una mano sulla spalla che sembra affetto e invece è controllo.
Quando la superficie si incrina
Quando le donne escono dal posto assegnato — quando scendono in piazza, occupano lo spazio, sporcano un muro, interrompono la quiete — la superficie si incrina. La rabbia emerge.
La misoginia, che sembrava scomparsa, torna a galla con la rapidità di un riflesso. Non è mai andata via: era solo in attesa di un pretesto. Basta un gesto fuori posto per farla esplodere.
La doppiezza come metodo
Le istituzioni vivono in questa doppiezza. Da un lato celebrano la parità, inaugurano campagne, organizzano giornate dedicate; dall’altro restringono gli spazi di autodeterminazione, tagliano i servizi, trattano la libertà femminile come un problema di ordine pubblico.
È una schizofrenia che permette di dire tutto e il contrario di tutto: elogiare le donne mentre si limita la loro autonomia, condannare la violenza mentre si ignorano le condizioni che la rendono possibile. È un modo per mantenere la distanza di sicurezza: riconoscere il problema senza mai toccarlo davvero.
La resistenza che parte dal corpo
In questo scenario, la resistenza femminista italiana è una delle poche forze che ancora parla dal corpo, non dall’astrazione. È una resistenza che non si accontenta della retorica, che non si lascia addomesticare. Vive nelle piazze, nei consultori, nei collettivi, nei centri antiviolenza. Vive nelle parole che non chiedono permesso. Vive nei gesti quotidiani di chi rifiuta di essere educata alla paura. Vive nelle ragazze che non accettano più di essere raccontate da altri. Vive nella consapevolezza che la libertà non è un concetto: è un’esposizione.
Non serve negare la violenza per perpetuarla. Basta renderla invisibile. Basta trasformarla in statistica. Basta raccontarla come un problema individuale, non strutturale. Basta spostarla altrove: in un’altra regione, in un’altra classe sociale, in un’altra narrazione. Il compito del femminismo oggi è proprio questo: impedire lo spostamento. Tenere la violenza al centro del discorso, senza permettere che venga diluita, addolcita, normalizzata. Restituirle il suo peso, la sua materia, la sua presenza.
La politica: partire dal corpo che c’è e resiste
Perché la violenza c’è. È sistemica. Finché non la nominiamo per quello che è, continuerà a scorrere sotto la superficie, come una corrente che attraversa i corpi e li espone. La politica, se vuole essere all’altezza, deve partire da qui: dal corpo che resta, dal corpo che resiste, dal corpo che non accetta più di essere trattato come un dettaglio.
Servirebbe un’educazione alla nonviolenza di massa che inizi dalla scuola elementare: la nonviolenza non può essere solo una questione per i pacifisti, ma deve diventare uno stile di vita sociale.
Leggi anche:
Jessica Todaro