Un ragionamento sul fenomeno della guerra, tra dinamiche di genere, di potere e di classe.
La domanda da cui partire: la guerra la fanno gli uomini?
A uno sguardo superficiale, la risposta sembrerebbe semplice: sì, certo, storicamente la guerra è appannaggio degli uomini. Nella storia, la quasi totalità dei decisori politici, dei capi militari e dei leader che hanno dichiarato o condotto guerre è composta da uomini. Imperatori, re, presidenti, generali: il potere politico e militare è stato per secoli esclusiva maschile, e questo ha inevitabilmente plasmato anche il modo in cui i conflitti sono stati pensati e gestiti.
Tuttavia, questa constatazione non esaurisce il problema. La guerra non è soltanto il frutto della volontà individuale di chi governa, ma un fenomeno strutturale, un meccanismo di regolazione brutale di equilibri economici, territoriali e politici all’interno di un macrosistema globale. In questo senso, gli uomini non inventano la guerra da soli; ne sono piuttosto gli agenti storici in un sistema che li ha posti, per lungo tempo, nelle posizioni decisionali.
Esistono, inoltre, eccezioni significative che complicano la lettura puramente di genere. Figure di grandi regine o leader politiche che hanno guidato paesi coinvolti in conflitti armati, prendendo decisioni di guerra con la stessa determinazione dei loro omologhi maschili. Queste eccezioni non ribaltano la regola storica, ma dimostrano che il ricorso alla guerra non è intrinsecamente ed esclusivamente maschile, ma è legato, piuttosto, alla posizione di potere - quella sì, spesso, maschile.
La guerra la subiscono le donne?
L’idea che la guerra sia subita dalle donne coglie una verità profonda, ma parziale. In realtà, la guerra colpisce in generale i civili, gli indifesi, i poveri, i marginali. Bambini, anziani, intere popolazioni che non hanno voce nelle decisioni politiche sono le prime vittime dei conflitti. In questo senso, la guerra è un’esperienza di vulnerabilità collettiva.
Eppure, è innegabile che le donne subiscano una forma specifica e ricorrente di violenza nei contesti bellici. Il loro corpo diventa spesso terreno di una guerra parallela: la violenza carnale e l’umiliazione come arma per colpire comunità e identità. Questa dimensione non è un effetto collaterale casuale, ma una strategia storicamente documentata, usata per terrorizzare, dominare e disgregare il tessuto sociale del nemico.
Allo stesso tempo, ridurre le donne a sole vittime sarebbe un errore. Le donne partecipano alla guerra anche come combattenti, partigiane, infermiere, organizzatrici della resistenza civile. In molti contesti, sono state e sono tuttora protagoniste attive, capaci di agency, decisione e rischio.
Una questione di potere più che di genere
Allora, la guerra la fanno gli uomini e la subiscono le donne? La risposta più onesta è: solo in parte. La guerra la fanno i potenti, e storicamente i potenti sono, nella maggioranza dei casi, uomini. Non perché esista una predisposizione naturale maschile alla violenza, ma perché le strutture di potere hanno escluso le donne dai luoghi decisionali.
Allo stesso modo, la guerra la subiscono i deboli. Tra questi, le donne occupano spesso una posizione particolarmente esposta, sia per condizioni sociali sia per il tipo di violenza che le colpisce. Ma accanto a loro ci sono tutti gli altri che non hanno potere.
In definitiva, la guerra è meno una questione di genere e più una questione di classe e di potere. Il genere ne modula le forme e le esperienze, ma la radice resta nella distribuzione diseguale della forza, della ricchezza e della possibilità di decidere. Dove c’è concentrazione di potere, c’è possibilità di guerra; dove c’è vulnerabilità, c’è rischio di subirla.