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La scuola come frontiera

ragazzi diverse appartenenze

 

Quando la politica usa i bambini per difendere sé stessa.
A proposito del “tetto agli stranieri”, la proibizione di burqa e niqab proposta da Meloni

 

 

Le mire del governo, la logica della Costituzione

Scrivo questa nota da cittadino italiano, non per rivendicare una identità, ma per dichiarare una responsabilità. La mia cultura a radici cristiani e si è accresciuta  dentro una storia politica e sociale che mette la persona prima dell’etichetta, la relazione prima della paura. Ed è proprio per questo che non posso accettare che la scuola venga trasformata in un recinto etnico, un luogo dove si decide chi è “troppo altro” per stare accanto ai nostri figli. Il cosiddetto “tetto agli stranieri in classe” non è una misura educativa: è un atto simbolico. Serve per dire che la comunità si difende separando, non incontrando. Che la minoranza è una minaccia, non una condizione umana. Che il diverso va distribuito con cautela, come un liquido infiammabile. È la pedagogia della distanza, non dell’incontro.

La Costituzione Repubblicana non accetta questa logica. Non perché ci chieda di essere buoni, ma perché afferma che la persona viene prima dell’identità, e che l’identità si costruisce nella relazione, non nella sottrazione. La minoranza non è un pericolo: è la condizione originaria della Repubblica. La comunità non nasce dalla somiglianza, ma dalla mescolanza, dalle differenze che convivono e si arricchiscono reciprocamente. La scuola, in questo quadro, non è un luogo da proteggere dai corpi che arrivano: è il luogo dove i corpi imparano a stare insieme, a vedersi, parlarsi , toccarsi  È il laboratorio della cittadinanza, non il magazzino delle appartenenze.

Proibire e imporre non basta

Il governo annuncia anche l’obbligo per i genitori “con problemi di inserimento” di imparare l’italiano. Che i genitori conoscano la lingua è un bene. Ma quando un bene diventa un obbligo punitivo, la scuola smette di essere scuola e diventa un ufficio di controllo sociale. La lingua è un ponte, non un lasciapassare. Se la relazione educativa si apre con un ricatto, non è più relazione: è sorveglianza. E quando la sorveglianza entra nella scuola, la scuola perde la sua anima. Diventa un presidio amministrativo, non un luogo di crescita.

Sul burqa e niqab, il cittadino deve essere chiaro: il volto è relazione, dignità, riconoscimento. Il divieto può avere senso, ma solo se nasce da un lavoro culturale, non da una bandiera identitaria agitata per galvanizzare una platea. La libertà non si difende con i comizi, ma con la cura. Quando il volto diventa un trofeo politico, la politica smette di essere comunità e diventa spettacolo. E lo spettacolo dell’identità è sempre un gioco pericoloso: crea nemici, non cittadini.

Il governo non sta educando, sta arruolando. E sta facendo paura

E poi c’è il tono. La caricatura, il “bollo ciao”, la sfida urlata, la platea eccitata. Non è politica educativa: è mobilitazione emotiva. È identità come spettacolo. È la trasformazione dei bambini in strumenti di propaganda. Diffido sempre della politica che usa i piccoli per fare la guerra degli adulti. Chi mette i bambini sul palco non li sta proteggendo: li sta arruolando. E un bambino arruolato non è più un bambino: è un simbolo, un oggetto, un vessillo.

Infine, la paura. La paura di essere sovrascritti dagli algoritmi, sostituiti dagli stranieri, indeboliti dalle minoranze. Ma la paura non è mai una buona consigliera politica. La comunità si costruisce con corpi che si incontrano, si parlano, si toccano, non con quote che separano. La scuola è il primo luogo dove questo incontro accade. Spezzarlo significa spezzare il futuro. Una comunità che cresce nella separazione cresce nella diffidenza, non nella forza. Una comunità che si abitua a vedere l’altro come un intruso si condanna a vivere in difesa permanente.

La scuola plurale, anticipo della Repubblica futura

La scuola non è un confine da presidiare: è una frontiera da attraversare. È il luogo dove il futuro si allena a respirare. Dove le lingue si mescolano, dove le storie si intrecciano, dove le identità imparano a non essere muri ma ponti. Una classe con bambini di lingue diverse non è un problema: è un anticipo di futuro. È la prova che la comunità può essere più grande della paura. È il segno che la Repubblica non è un club privato, ma un corpo vivo che cresce, cambia, si apre.

Questo provvedimento non nasce dalla cura per la scuola, ma dalla paura del futuro. Non protegge i bambini italiani: li educa alla diffidenza. Non integra gli stranieri: li sorveglia. Non costruisce comunità: la frammenta. Non rafforza la Repubblica: la restringe.

Una classe con bambini di lingue diverse non è un problema: è la Repubblica che si rinnova.

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