Ho visto l’”Odissea” di Christopher Nolan. Mi ha colpito la appresentazione del Mar Mediterraneo arcaico, strumento di morte nelle mani di Poseidone le cui tempeste assassine conducono gli sventurati compagni di Ulisse nel gorgo degli abissi.
I gorghi marini dell’Odissea e i migranti di oggi
Recentemente, come tanti, sono andato al cinema e ho visto il film di Cristopher Nolan “Odissea”, un colossal che dura tre ore. Un’epopea monumentale che interpreta fedelmente la trasposizione del poema omerico. Con qualche esagerazione e qualche lungaggine violenta nei frequenti combattimenti (nella distruzione di Troia, negli ammazzamenti dei Proci…); ma la mia attenzione è stata calamitata dalla rappresentazione del Mar Mediterraneo arcaico, strumento di morte nelle mani di Poseidone le cui tempeste assassine conducono gli sventurati compagni di Ulisse nel gorgo degli abissi.

Come non pensare agli emigranti di ieri e di oggi che a bordo di carrette del mare trovano un’anonima morte nel “Mare Nostrum”?
La Ocean Viking, nave di soccorso di SOS Méditerranée, ha intercettato giorni fa 38 persone stipate in una imbarcazione di ferro in difficoltà, tra loro otto giovani donne e molti minori. “… Hanno potuto bere acqua dopo tanto tempo, ricevere cure e sentirsi nelle mani di qualcuno. Siamo ancora in attesa di un porto sicuro. Due giorni prima non è andata così. Dalla nave abbiamo avvistato un natante carico di persone e ci siamo avvicinati. Ma prima di noi è arrivata una motovedetta della guardia costiera libica. Abbiamo visto trainare l’imbarcazione verso la Libia, dove i naufraghi troveranno ancora violenza, detenzione, abusi”. Sui giornali di casa nostra, non una parola. Oramai la questione sbarchi e soccorsi di migranti non è più di attualità.
La nostra memoria è labile o preferisce non ricordare. I naufraghi di ieri e quelli di oggi non hanno un nome e sono transitati da una vita piena di speranze alla morte anonima. Oggi, come ieri, la morte in fondo al mare è decretata dalle scelte politiche, da accordi tra paesi aguzzini che alimentano, come un tempo, la tratta degli schiavi e la paura indotta nei confronti dello straniero.
La famosa “Zattera della Medusa” di Géricault. La denuncia
Sono andato a ristudiare il famoso quadro di Théodore Gericault, "La Zattera della Medusa”, dipinto realizzato nel 1818-19 e conservato al Louvre di Parigi.

“Mio fratello che guardi il mondo, e il mondo non somiglia a te. Mio fratello che guardi il cielo, il cielo non ti guarda. Se c’è una strada sotto il mare, prima o poi ci troverà. Se c’è una strada dentro i cuori degli altri, prima o poi si traccerà”. (Ivano Fossati)
Il dipinto di Gericault, quando fu esposto al Salon Ufficiale di Parigi, generò controversie, condanne ufficiali e commenti negativi da parte dei critici dell’epoca. Il pittore aveva osato illustrare un avvenimento che andava subito rimosso. Il contenuto del quadro aveva tratti di esasperato realismo che avrebbe sconvolto gli animi dei benpensanti.
La fregata francese “Meduse” è naufragata al largo della Mauritania per incagliamento e imperizia del comandante. Oltre 250 persone, tra le più autorevoli, si salvano con le scialuppe. Gli altri (i più bassi nella sfera sociale) si imbarcano su una zattera di fortuna che viene trainata dalle scialuppe, ma il carico umano era troppo pesante e fece rompere le funi. Dopo 13 giorni alla deriva, i superstiti furono soccorsi dal battello Argus che transitava occasionalmente in quel tratto di mare. Solo 15 persone, delle 150, fecero ritorno a casa. Ci fu un processo e il cerusico-barbiere che era sulla zattera, parlò apertamente della discriminazione nei confronti dei non privilegiati: neri, mozzi, giovani lavoranti tutti di origine africana.

“Mare nostro che non sei nei cieli…"
Da quel tempo lontano, il Mediterraneo continua ad essere teatro di tragici naufragi. Criminali assassini sono i trafficanti in terra e in mare ma cinici, disumani e volutamente complici sono i governanti di qua e di là dal mare. Si colpiscono le navi umanitarie che prestano soccorso.
“Mare nostro che non sei nei cieli e abbracci i confini dell’isola e del mondo / sia benedetto il tuo sale, sia benedetto il tuo fondale / accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde / i pescatori usciti nella notte, le loro reti tra le tue creature / che tornano al mattino con la pesca dei naufraghin salvati”. (Erri De Luca)
Leggi anche:
Roncelli