Il futuro non si apre a partire dall’analisi dello stato presente, o dal controllo più esteso di molte variabili, bensì dalla scelta della strada, dagli orientamenti che si scelgono, dalle attenzioni che si assumono e dai riorientamenti. Condivisi, discussi, vissuti con altri.
Prometterci
Il futuro ci attende se abbiamo il coraggio di promettere, di prometterci. Questa è una delle più importanti linee di riflessione, preziosa, che Marina Garcés presenta nel suo Il tempo della promessa. Le promesse ci rendono presenti parlando di futuro: prometterci gli uni agli altri ha qualcosa di rivoluzionario, riattiva il valore della parola data e degli stili di vita, dice con chi creare una vita comune. Inoltre dare la nostra parola può avere il potere di farci abbracciare l’incertezza senza sottomettervici, ci fa interrompere il destino.
La filosofa catalana ripercorre i sentieri storici nei quali la promessa si è fatta esercizio di potere e seduzione ingannatrice, “promessa sovrana”. Ma, riprendendo riflessioni di Remo Bodei, mostra come essa sia stata anche contropotere, e riesca a porsi a base di pratiche e di disegni di vita differente. La promessa oltre “l’ortodossia della realtà”, la promessa che ha in sé qualcosa della follia, della poesia, della libertà di coscienza.
Una “promessa tra pari”
Nel tempo della “coscienza che naufraga”, la promessa interrompe il flusso del tutto è possibile, è la porta di un nuovo inizio. Oltre la cecità e le opacità delle predizioni essa impegna. Oltre e contro “la promessa sovrana” del potere, quella che si dà dall’alto, è possibile “una promessa tra pari”, reciproca, tra diversi e riconosciuti, dal basso e in condizioni di eguaglianza.
Una promessa dal basso, tra pari si alimenta in luoghi in cui si condividono processi di costruzione della conoscenza e dell’interpretazione del presente, per agirvi sviluppi possibili, non importa se improbabili. La “promessa tra pari” ha il senso dell’emancipazione, è opera di artigiani del tempo che nel presente provano a pulire il futuro. Che è spesso il futuro di altri.
Muoversi verso altro, vivere la forza dell’immaginazione, esprimere il desiderio di trasformazione, pensare a un altrove, cerca e trova passaggi anche nelle fratture e nelle relazioni calde. Entra nei moventi di donne e uomini buoni e giusti, o che vivono nella necessità e nella pressione del tempo. Ciò che non esiste spesso ci aiuta a vivere. Ciò che non esiste ancora.
Sentirsi (in) cammino
Osare sconfinamenti, uscire dalle certezze, cercare spazi di incertezza e di messa in discussione, di libertà di scoperta, è un modo di sentirsi (in) cammino. Con il gusto di incontrare qualcosa che precede o che attende, di sentire quello che resiste o che sorprende. Rompere aspettative scontate. Interagire, esplorare, cercare è lasciarsi trasformare: oltre il prevedibile, verso il possibile.
Ci sono luoghi dove ci si rende conto, concretamente, che il mondo può cambiare, e le vite vibrare di nuovo. Così ogni luogo educativo e d’incontro tra le generazioni. Ad esempio, un tempo, il Centro educativo di Mirto, animato da Danilo Dolci, ed oggi la rete disseminata di progetti di apprendimento-servizio nelle scuole italiane, e quelli di servizio civile per adolescenti di molte amministrazioni locali.
Sono esperienze di presenza, di custodia e di trasformazione in luoghi di convivenza che nascono da intense e tese relazioni tra le generazioni. Sono da promuovere, pure “con la morte nel cuore” come scrive Sergio Labate, per il dolore e la durezza del tempo di guerra. Da parte di adulti che vogliono testimoniare che si possono disarmare i pensieri, le coscienze e i sentimenti. Che si può “dare la parola” e poi mantenerla, costruendo ambienti umani, difendendo i confini della coscienza morale dalla zizzania del disprezzo e del ripiegamento indifferente. Facendo esperienza di un potere, con altri e dal basso, da dentro trame di vita tessute in prossimità fraterne che, come grazia, fan cogliere e toccare ciò che (si) muove nel profondo delle donne e degli uomini.
Chi soffre nel “rumore di fondo” delle città
C’è qualcosa in cui credere, qualcosa da amare e coltivare più del proprio calcolo. Il volto dell’altro, è la traccia di Emmanuel Lévinas, che “mi chiede e mi ordina”. Insieme la traccia di Simone Weil: “l’amore del prossimo vissuto nella giustizia” esige un “uso sovrannaturale della sventura”. Una compassione e condivisione con chi conta “nulla”, con quanti soffrono nel “rumore di fondo” delle città, da cui non emergono con il loro volto, la loro voce.
Chi è nella sventura e chi vi si accosta sono distinti dalla diversità della sorte e dall’estensione della necessità che li tocca. Vivono in una “distanza infinita”, eppure “diventano uno” nel consenso alla sventura, nella rinuncia, nella spoliazione. Condividere il malheur, la sventura, è trovarsi chiamati a un “lavoro della carne, della mente, dell’anima” nel quale il cambiamento di sé, la verità, l’attenzione, la destinazione non possono che essere ricevute. Non basta volerlo per averle.
Si può provare a stare nelle fratture senza lasciare agire solo tensioni alla rivalsa e al risarcimento, cercando piuttosto ascolto e verità, giustizia e riparazione, impegno di riconciliazione e capacità di promessa. Questo chiede un fare che apra processi dentro le dinamiche delicate ed anche contraddittorie che interessano le persone e le comunità senza separare libertà e responsabilità, riconoscimento e cura, distanza e veglia reciproca. È possibile costruire un percorso diverso e lontano dalla ermeneutica della rivendicazione e delle opposizioni che spesso pare impossessarsi del pensiero e di tanta comunicazione sociale.
Il lavoro sociale ed educativo, il lavoro di cura devono spesso indebolire difese nel pensiero e nel sentire, devono aiutare ad esporsi e sentire, ad ospitare ed accogliere. E a “osare” rispondere, giocarsi, trasformare.
Attesa di senso e di legame
La risonanza porta fuori dal puro scambio, da equilibri di potere, da sottomissione, è profondamente anti-utilitaristica, apre alla trasformazione, al sentire e al cercare altro. Occorre aver cura coraggiosa di forme sociali, di esperienze di lavoro, di servizio, di politiche, economie, forme dell’educare che siano del legame, della reciprocità, del riconoscimento. Non è un destino quello di un mondo dominato dalla paura dell’altro e dall’esercizio della forza e dell’aggressività; è più forte l’attesa che portano le donne e gli uomini di senso e di legame, che si mostrano capaci di inizio, di giustizia e pace, di riconoscere dignità, di condividere. Su queste donne e questi uomini si possono ben fondare le promesse.
La gioia ha a che fare con ciò che di profondo orienta la nostra vita, e quindi le nostre scelte esistenzialmente più profonde. Altra cosa sono le soddisfazioni, i piaceri, legati a valori più “deboli”, quando non a gusti senza profondità, con poche risonanze nei nostri giorni.
Avere una vita interiore ricca ed avere ricche relazioni umane sono dimensioni intrecciate che reciprocamente si arricchiscono.
Quando si denuncia la crisi del senso si dimentica spesso che questa è anche la crisi del legame, della vita comune, del dono reciproco. Crisi leggibile nelle fatiche della cura, della responsabilità, dell’essere inizi di storie, esperienze dove si scoprono e si alimentano le relazioni di risonanza e ci si libera – gli uni per gli altri – dalle ansie di disponibilità e di dominio. Dove si può sentire il mondo che ti “risponde”, che si fa lì davanti e dentro di te, chiedendoti non tanto ragione quanto corrispondenza, risposta, coinvolgimento.
Nella “accelerazione affermativa” va perso il momento del vivere, della relazione, del gioco del sentire profondo, ed anche l’esperienza della sospensione, della parola e del pensiero che esitano, del silenzio rapito. Fuori da questi movimenti prendono spazio le solitudini esistenziali, le depressioni, le dipendenze tecnologiche, come pure le aggressioni rancorose, le polarizzazioni sociali.
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Lizzola