Esperienza fondamentale, la malattia. E decisivo il ruolo del corpo che “mi precede"
La malattia rivela la nostra propria vulnerabilità e ci rivela consegnati alla cura. Ma la ricerca di significare la propria malattia, di vivere negli orientamenti offerti alla (e assunti nella) propria biografia, rendono l’esperienza della malattia un importante passaggio per la reinterpretazione del senso e delle relazioni. Fuori dall’autosufficienza, e oltre l’affidamento al curante, si vive l’esposizione al vincolo, attivo e passivo, dell’aiutare e dell’essere aiutato, dell’accettare di essere preso in cura e di cooperare.
Il corpo protagonista
L’esperienza del corpo è esperienza delicatissima, a volte difficile e molto pesante. Esperienza di ciò che mi costituisce, e che “precede ogni mio orientamento, radice irraggiungibile dell’io voglio”, come scrive l’Heidegger di "Essere e tempo". Ricoeur, bene lo richiama Alici in Il "fragile e il prezioso”, parla del confronto radicale col corpo proprio:
Nell’azione io provo il mio corpo come ciò che non solo sfugge alle mie intenzioni, ma anche che mi precede nell’azione. Questa anteriorità disposizionale del corpo si rivela in un certo numero di esperienze-limite […] l’esperienza di essere ‘portato’ da un fondo pulsionale largamente inconscio, che è come la terra sconosciuta della sfera psichica”.
Ritrovarsi con il proprio limite e la propria fragilità fisica o psichica (o relazionale, esistenziale…) in un circuito di responsabilità, di sollecitudine e custodia è (può essere) vedere ridisegnato il proprio rapporto ad altri al di là di circuiti solo funzionali, o di forza, o di scambio, o di interesse.
L’esperienza della fragilità
La fragilità non designa solo una regione dell’esistenza umana, né richiama solo alcune condizioni sociali o personali ben definite; neppure fa riferimento solo a precise situazioni e a particolari passaggi biografici. Essa qualifica la totalità della vita e delle stesse capacità umane. Su quel confine non vi è separazione tra chi cura, sa, è autonomo, sano, incluso e chi è curato, dipendente, malato, escluso: quel confine attraversa ciascuno e ferisce e, insieme, apre e genera.
La nuova esperienza della malattia e la nuova qualità della scena della cura chiedono “la riqualificazione di un’etica della cura, intesa come paradigma relazionale esigente e coestensivo all’intero volume umano”. L’esperienza della malattia e della cura di uomini e donne chiede attento ascolto della vita, cura e impegno nuovi nella relazione e nel pensiero.
Curare la speranza
Molte sono le condizioni di malattia di fronte alle quali chi cura sente di non riuscire a contrastare l’ingiustizia della malattia, di non potere mantenere la “promessa” della cura, la speranza della cura. Non è semplice scoprire i modi e le forme per curare la speranza in un accompagnamento franco e competente, riuscendo a preservare le possibilità della comunicazione.
Chi è scosso dalla vulnerabilità – delle sue capacità (non solo professionali o tecniche), ad esempio – viene spinto a un lavoro di riappropriazione di sé che passa attraverso un riesame critico del senso, del potere, dell’utilizzo di quelle capacità. Mancando questo lavorio si vivrebbe un mancato riconoscimento.
Perché la messa al bando dell’impotenza (di dire, di fare, di narrare, di essere in relazione) rende invisibili le persone: l’esclusione è una delle forme paradossali dell’istituzione della convivenza tra gli uomini. Questa aggiunge a volte una dimensione ulteriore alla vulnerabilità, e impone la questione della giustizia e dal riconoscimento della dignità.