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Strada facendo

La guerra in Ucraina. I pesantissimi “costi”, umani e non solo

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Ricorre, in questi giorni, il quarto anniversario dell’intervento della Russia in Ucraina. I giornali forniscono date e dati. Alcuni dati, soprattutto, impressionano. Ho trovato particolarmente efficace un articolo della Croix francese che riunisce alcune informazioni significative e impressionanti che riguardano il versante che fa parlare e discutere di più, quello russo, quello degli invasori.

 

 

Quanto guadagna un soldato russo che va in guerra

Alcune fonti indipendenti riferivano, al mese di giugno del 2025, di 115.857 caduti. Ma, afferma l’articolo, il numero reale delle vittime è certamente, “molto più alto”. Un particolare è comunque interessante e, a modo suo, inquietante: di quei 115.857 caduti più della metà erano “a contratto”, mercenari. E’ una novità di peso rispetto alle guerre precedenti combattute dalla Russia. In Cecenia, per esempio, la guerra era stata combattuta da soldati di carriera e coscritti.

I soldati a contratto sono dunque pagati e fanno i soldati proprio perché pagati. E quindi il discorso paga è decisivo. La paga minima di un soldato russo (per comodità cito il corrispondente in euro) è di 2.150 euro. In Russia il salario minimo è di 294 euro. Dunque, un soldato prende circa dieci volte più. Il premio di ingaggio, all’inizio del servizio, è di 38.500 euro. Se un soldato viene ferito riceve un indennizzo. In caso di morte l’indennizzo sale. La media, in questo caso, è di 168.000 euro: più o meno la paga di un’intera vita di un operaio. Tutto questo ha fatto spendere allo Federazione russa, fino ad ora, la somma colossale di 40 miliardi di euro all’anno.  I Russi chiamano questo denaro “Grobovië”, “soldi-cassa da morto”. Mentre l’economista Vladislav Inozemtsev chiama l’insieme del fenomeno “deathonomics”, “economia della morte”.

La pubblicità: “Il nostro mestiere è difendere la nostra patria”

Il sistema viene pubblicizzato nelle piazze e nel metro di Mosca e delle più importanti città del Paese. Un manifesto mostra un uomo in uniforme militare che invita a un “lavoro da uomo”. E precisa: “Il nostro mestiere è difendere la nostra patria. Raggiungi l’esercito dei vincitori”. Mestiere che permette all’esercito russo di trovare a pagamento quello che non riuscirebbe a trovare con la circoscrizione obbligatoria, malvista dall’opinione pubblica della Russia. E cioè: “35.000 soldati al mese riversati nei ranghi dell’esercito russo”. Metà circa di questi hanno più di 45 anni di età. Da qui si deduce quale possa essere la massa di uomini mandati al massacro. Un dato conferma, ovviamente per difetto: in Russia ogni giorno vengono pubblicate da 150 a 170 necrologie sui siti internet.

Interessante anche la provenienza sociale di questi soldati a paga. Il 30 per cento non ha terminato gli studi, il 38 per cento era senza lavoro o faceva lavoro in cantieri, in agenzie o erano autisti di veicoli. La metà sono single o divorziati. “Più dei tre quarti dei soldati interrogati hanno ammesso di essere andati in guerra soltanto per i soldi”. Insomma, un modo per guadagnare. E bene. Con una conclusione: “Andare a uccidere per soldi sta diventando un modello”.

La guerra “addomesticata"

Davvero sono numeri che indicano gli aspetti più devastanti della guerra. L’enorme numero dei morti, prima, la devastazione personale e familiare di chi deve prendere e partire, poi. La devastazione culturale con la guerra che è diventata “lavoro” e in aggiunta redditizio. Questa è forse la ricaduta più rovinosa, provocata, forse, in maniera determinante dall’informazione continua, “in diretta” sui fatti, sugli eventi della guerra, le rovine, le armi, i morti…Tutto questo ha finito per “addomesticarci” alla guerra (“il faut s’apprivoiser à la mort, dice Montaigne, nel brano famoso in cui racconta del suo “faccia a faccia” con la morte dopo una grave caduta da cavallo). La guerra, da animale selvatico e lontano, sta diventando un gattone domestico e innocuo: a faria di vederla in televisione ci siamo convinti che non la vedremo mai. E così la nostra resistenza spirituale alla ferocia delle armi si va sgretolando.

A questo punto, il costo economico, la folle dissipazione di enormi risorse, è solo la drammatica conferma di tutti gli altri “costi”.

Resta da chiedersi quanto questi costi peseranno sugli anni a venire. Perché è ovvio: non è che l’indomani della pace – se finalmente la pace arriverà – tutto tornerà come prima. Le ferite durano tempo e molta altra sofferenza per arrivare a rimarginarsi. Soprattutto ferite vaste e sanguinanti come questa.

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