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strada facendo

Il razzismo dei ministri ebrei e noi

Ben Gvir

 

Si continua a parlare molto delle indegne sceneggiate del ministro Ben Gvir. Da noi l’antisionismo - politico - rischia di scivolare silenziosamente verso l’antisemitismo - culturale. La colpa è nostra ma è anche e soprattutto di Ben Gvir e Smodrich e del loro sguaiato razzismo

 

 

Le intemperanze - è un eufemismo – del ministro Ben Gvir stanno provocando conseguenze nel “sentire” di tutti che è difficile valutare oggi e prevedere domani.

Molti commenti hanno ribadito, in questi giorni, una distinzione cruciale: un conto è l’antisionismo e un conto è l’antisemitismo. Antisionismo significa rivendicare la libertà di non condividere le scelte politiche di Israele, del suo governo in particolare, di Netaniahu soprattutto. Antisemitismo significa condannare gli ebrei semplicemente perché ebrei. Fino alle sue forme più feroci del nazismo e del fascismo. Proprio per quella differenza, oggi tanto più uno è antisionista tanto più si impegna a far notare che non è antisemita. Non significa condannare gli ebrei perché ebrei, soltanto perché si condannano i morti di Gaza, le violenze in Libano, le intemperante – sempre di eufemismo si tratta – di Ben Gvir e del suo omologo Smodrich.

Tutto chiaro. Molto chiaro. Ma come sempre le verità molto chiare sono pericolose perché chi le professa, trincerato dietro il “troppo” di chiarezza, non si accorge delle zone d’ombra che si impongono sempre, nonostante. E le zone d’ombra ci sono anche in questa dialettica tra antisionismo e antiebraismo. Per un motivo molto semplice: i due atteggiamenti culturali sono vicini, confinano, in qualche modo. Riguardano, infatti, tutti e due lo stesso interlocutore: Israele, anche se in ambiti diversi e in periodi storici diversi. Inoltre, gli interventi molto clamorosi del governo di Israele vengono collegati, in vari modi, al suo passato drammatico. Ormai si sente ripetere che qualcosa dell’olocausto sta ritornando, ma a ruoli invertiti: Israele è passato dalla parte del carnefice e i Palestinesi sono diventati la vittima. Si può discutere all’inverosimile su un’affermazione del genere, ma è cosa che si dice comunque, senza preoccupazione e senza rimorsi. Questo autorizza a elaborare un’ipotesi: antisionismo e antiebraismo restano distinti, ma sono in atto degli smottamenti dal primo al secondo e gli smottamenti non vengono denunciati con particolare forza dall’opinione pubblica. Insomma, sta nascendo, lentamente, un antiebraismo silenzioso nascosto dietro le parvenze dell’antisionismo.

Solo che va notato che gli smottamenti non sono soltanto “colpa” degli osservatori esterni, ma anche dagli agenti interni a Israele. I colpevoli primi di questi smottamenti sono, in tutta evidenza i due ministri Ben Gvir e Smodrich con le forze politiche che li appoggiano. E, con loro, Netaniahu che, per tenere in piedi il suo governo e per continuare la guerra, ha bisogno dell’appoggio di quei due. Quando il premier israeliano deve prendere le distanze le prende “delicatamente”. Non ci siamo meravigliati che di fronte alla sceneggiata ultima di Ben Gvir un politico prudente come Mattarella abbia parlato di “trattamento incivile… che tocca un livello infimo”. Mentre Netaniahu ha parlato, quasi sommessamente, di “errore”, come a dire: caro Gvir, non esageriamo. Molti di noi hanno avuto la sensazione che il premier israeliano abbia dovuto dire qualcosa su ciò che già sapeva e che, forse, aveva autorizzato. Ma il premier israeliano non può andare oltre perché rischierebbe. Risultato: i limiti del premier diventano i vantaggi del ministro. Tutto deve per forza andare così. E per forza, di fronte a quelle intemperanze, l’antisionismo si sente in qualche modo autorizzato a scivolare verso l’antisemitismo.

E molta gente si chiede a cosa porterà questa deriva e quanto durerà anche dopo, dopo che questa guerra, se Dio vorrà, sarà finita.

Pericoloso quando l’odio di una guerra si alimenta agli odi di una cultura, perché questa – la cultura – rischia di far perdurare quella – la guerra – anche quando le armi non sparano più.

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