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I giovani francesi non sono uno slogan

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Tra proteste, violenze e repressione, migliaia di adolescenti francesi stanno imparando oggi che cosa significa essere cittadini: che adulti diventeranno domani?

 

 

Da una parte: “Fanno bene, che brucino tutto”.ù
Dall'altra parte: “Prendeteli e sbatteteli tutti in carcere”.

Come è iniziata la protesta. Come ha deflagrato

Nel mezzo, loro. Sono adolescenti francesi figli di francesi, oppure francesi di seconda o terza generazione, o ancora ragazzi arrivati in Francia da altri Paesi. Alcuni sono ragazzini adolescenti, altri sono appena maggiorenni. Frequentano scuole diverse, vengono da famiglie diverse, probabilmente un giorno voteranno in modo diverso. In comune hanno che tra non molti anni saranno i cittadini adulti della Francia. Nel caos delle opinioni, forse è questo il dato più importante da ricordare -  mentre le immagini delle proteste studentesche attraversano i social media e le TV d'Europa.

Il movimento è cominciato da rivendicazioni molto concrete: classi sovraffollate, carenza di insegnanti, edifici scolastici malmessi, differenze profonde tra istituti e territori. In pochi giorni si è allargato a centinaia di licei e il primo ottobre ha coinvolto, secondo il ministero dell'Istruzione francese, più di mille scuole. Poi sono arrivati gli scontri, gli incendi, le aggressioni, gli arresti - oltre cinquemila dall'inizio delle proteste, e in larghissima parte riguardano minorenni.

Gli studenti in lotta sono diventati simbolo. E fanno discutere

A quel punto, come spesso accade, i ragazzi hanno quasi smesso di essere ragazzi e sono diventati simboli. Per alcuni rappresentano una generazione finalmente pronta a ribellarsi; ogni cassonetto incendiato diventa una fotografia romantica della sperata rivoluzione. Per altri sono invece una massa di delinquenti da reprimere, prova vivente di una generazione perduta alla quale sarebbe necessario rispondere soltanto con polizia, tribunali e carcere.

Due narrazioni sì opposte, ma entrambe tremendamente comode per degli adulti con poca intraprendenza analitica e critica, lieti di utilizzare dei giovani senza ascoltarli o proporgli nulla di edificante.

Non c'è nulla, assolutamente nulla di romantico nel vedere un adolescente incendiare una scuola. Quel luogo servirà il giorno dopo a lui, ai suoi compagni, ai ragazzi che verranno dopo. Così come non dovrebbe essere considerata irrilevante la gravità di un ragazzino di quattordici anni ferito al volto durante un intervento della polizia: sul caso di Saint-Ouen-l'Aumône sono state giustamente aperte due inchieste, una sul comportamento del giovane e una sull'uso del lanciagranate da parte degli agenti.

Si possono tenere insieme entrambe le cose; condannare chi incendia, aggredisce e distrugge non significa negare le ragioni di chi protesta. Denunciare un uso sproporzionato della forza non significa trasformare qualsiasi violenza di piazza in un atto politico legittimo - soprattutto quando davanti agli adulti ci sono dei minorenni.

Eppure, intorno alle proteste francesi la battaglia politica è già cominciata. Il governo accusa la sinistra radicale di strumentalizzare il movimento; esponenti della sinistra accusano il governo di repressione. Gli stessi servizi francesi hanno segnalato la presenza di organizzazioni politiche e militanti di diverse fazioni, mentre la natura frammentata e spontanea delle proteste rende molto più difficile ridurre migliaia di studenti a un'unica regia.

Ma gli studenti di oggi che adulti saranno domani?

Che cosa si sta insegnando della politica a questi giovanissimi cittadini? Se un sedicenne incontra una società adulta che gli dice che distruggere è eroico, purché lo faccia per la causa giusta, impara una lezione. Se ne incontra un'altra che considera il disagio giovanile essenzialmente un problema da risolvere a manganellate e denti rotti, ne impara un'altra. Nessuna delle due sembra particolarmente utile per formare cittadini sani.

I ragazzi che oggi bloccano i licei francesi entreranno presto nelle università, nel mercato del lavoro, nelle cabine elettorali. Saranno insegnanti, operai, medici, impiegati, imprenditori, genitori. Alcuni resteranno politicamente attivi, altri non manifesteranno mai più. Sono, in altre parole, il futuro ordinario del Paese. Alla luce di questo, la responsabilità degli adulti dovrebbe essere maggiore, non minore, prendendo sul serio le loro richieste e chiedendo comunque loro di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Perché tra chi grida “che brucino tutto!” e chi vorrebbe “sbatterli tutti dentro” ci sono migliaia di ragazzi ai quali qualcuno dovrà pur insegnare che in una democrazia si può essere arrabbiati senza diventare violenti, si può contestare senza distruggere e si può esercitare l'autorità senza smettere di ascoltare.

La questione, che in quest'ottica non è soltanto francese, ma europea, non è semplicemente che cosa faranno questi ragazzi nelle strade nelle prossime settimane, ma che adulti diventeranno dopo averle lasciate.

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