I risultati del referendum rischiano di diventare una copertina che finge di scaldare mentre, nella realtà, l’ambiente rimane al freddo. Una coperta leggera, tirata su in fretta, che dà l’illusione di un riparo. Ma sotto, il corpo civico continua a tremare.
La superficie che è rumorosa
È partendo da questo timore che azzardo queste riflessioni. Sono appunti senza pretesa di verità, ma che provano a guardare la politica italiana con gli occhi di un disincanto che non ha perso la sua tensione civica. Non cercano soluzioni immediate: cercano di interrogarsi e di interrogare, di aprire varchi, di far emergere ciò che resta sotto la superficie.
Perché la superficie, oggi, è rumorosa. Si parla di vittorie, di sconfitte, di percentuali, di strategie. Si parla di “mandati”, di “popolo”, di “volontà”. Ma raramente si parla di ciò che ci tiene insieme, di ciò che ci espone gli uni agli altri, di ciò che ci costituisce prima ancora che votiamo, protestiamo, lavoriamo, viviamo. Vedo il continuo lacerarsi di ciò che dovrebbe tenere insieme le nostre diversità.
La politica italiana continua a muoversi come se fossimo individui isolati, come se la società fosse una somma di solitudini da amministrare. E così ogni referendum, ogni elezione, ogni consultazione rischia di diventare un rito che copre il vuoto, un gesto che scalda per un attimo ma non cambia la temperatura dell’aria.
Il freddo che rimane
Il freddo rimane. Il freddo delle città che si svuotano. Il freddo dei territori che si sfilacciano.
Il freddo delle persone che non si sentono viste, ascoltate, riconosciute. Il freddo di una politica che parla di “noi” e “loro” come se il “noi” fosse un blocco compatto e non un intreccio fragile, esposto, plurale.
La verità è che nessuno esiste da solo. Non è un principio morale: è la nostra condizione.
Siamo esposti gli uni agli altri, che lo vogliamo o no. Siamo vulnerabili, dipendenti, intrecciati. E questa vulnerabilità condivisa non è un difetto: dovrebbe essere la nostra forza, il nostro punto di partenza, il nostro criterio di verità
Una politica che riparte da qui non si accontenta delle copertine. Non si illude che un risultato elettorale possa risolvere ciò che è strutturale. Non confonde il rumore con la trasformazione.
La politica che dovrebbe essere laboratorio di convivenza
Una politica che riparte da qui guarda alla co‑esistenza come fondamento. Alla prossimità come infrastruttura. Alla cura dello spazio condiviso come compito primario.
Significa ripensare le città, i paesi, le valli , il territorio e il paesaggio come luoghi di incontro, non di transito. La scuola come spazio di co‑esposizione, non di selezione. Il lavoro come relazione, non solo produzione. Il welfare come rete di legami, non come elemosina.
Le migrazioni come parte della nostra co‑abitazione, non come minaccia.
Significa riconoscere che la comunità non è un’identità da difendere, ma una condizione da vivere. Che la democrazia non è un rito, ma un esercizio quotidiano di responsabilità reciproca. Che la politica non è un’arena dove vincono i più forti, ma un laboratorio di convivenza.
Forse i risultati del referendum posson aver acceso una luce. Ma la luce, da sola, non scalda.
Serve un fuoco diverso: quello che nasce dal riconoscere che siamo con‑dipendenti, con‑esposti, con‑viventi.
È da qui che ricomincia tutto. Dal freddo che non vogliamo più ignorare.
Dal “con” che abbiamo smarrito e che dobbiamo imparare a vedere di nuovo.