Search on this blog

L’illusione della coesione

coesione, collaborazione, unità

 

C’è una parola che negli ultimi anni è diventata costante nel dibattito pubblico italiano: coesione. Ricorre nei discorsi istituzionali, nei programmi dei partiti, nelle conferenze stampa dei ministri, nei bandi del PNRR, nelle campagne contro il degrado, nelle iniziative scolastiche e nei progetti di quartiere. È una parola che sembra rassicurare, tenere insieme, ricomporre.

 

 

Viene pronunciata quasi come un talismano, con l’idea che basti evocarla per ricucire un Paese che appare sempre più attraversato da fratture profonde. Ma più la si ripete, più diventa evidente che questa coesione non è una realtà: è un racconto. Un racconto che funziona solo se non si guarda da vicino la condizione concreta in cui vivono milioni di persone.

Un Paese che si divide mentre gli si chiede di unirsi

L’Italia è attraversata da disuguaglianze che non hanno nulla a che vedere con la mancanza di spirito comunitario. Sono disuguaglianze economiche, territoriali, generazionali e culturali. Nascono da decenni di precarizzazione del lavoro, di riduzione dei servizi pubblici, di politiche abitative insufficienti e di un welfare che scarica sulle famiglie ciò che lo Stato non garantisce più.

Eppure, invece di affrontare queste fratture, la politica insiste sul tema della coesione. Come se la distanza tra chi vive con redditi minimi e chi dispone di più abitazioni fosse un problema di unità nazionale. Come se la fuga dei giovani all’estero dipendesse da una scarsa partecipazione civica. Come se il disagio delle periferie fosse solo una questione di relazioni di vicinato. In questo modo la coesione diventa uno spostamento del problema: non più diritti, ma comportamenti; non più politiche pubbliche, ma atteggiamenti individuali; non più redistribuzione, ma responsabilità personale.

La coesione come strumento di esclusione

C’è un aspetto spesso ignorato: ogni volta che si invoca la coesione, si definisce implicitamente chi ne fa parte e chi ne resta fuori. Questo confine cambia a seconda delle stagioni politiche, ma la logica è sempre la stessa.

I poveri “meritevoli” vengono separati dai poveri “furb”. Gli italiani “perbene” dagli immigrati “problematici”. Il Nord produttivo dal Sud assistito. I giovani “esigenti” dagli imprenditori che “non trovano personale”.

La coesione, dunque, non unisce: seleziona. E nel selezionare esclude.

La nostalgia come filtro deformante

 A rendere tutto più opaco interviene un tratto ricorrente della cultura pubblica italiana: la nostalgia.

Si tende a rimpiangere un passato in cui la società sarebbe stata più unita, ordinata e solidale. Ma quel passato, almeno nella forma idealizzata in cui viene ricordato, non è mai esistito. Si trattava di una coesione costruita su modelli familiari rigidi, su un welfare che delegava alle donne gran parte del lavoro di cura, su un mercato del lavoro che escludeva intere categorie di persone e su forti disuguaglianze territoriali e sociali.

Era una coesione che funzionava soprattutto per chi era già dentro il sistema. La nostalgia, in questo senso, non è innocua: serve a evitare di guardare le fragilità del presente e a non mettere in discussione i rapporti di potere che quelle fragilità producono.

Quando la coesione diventa supplenza

La parola coesione non resta nei discorsi: entra nelle politiche concrete. Nei progetti del PNRR, nelle politiche abitative, nei programmi scolastici, nelle iniziative contro la dispersione, nei bandi del terzo settore. Ma spesso assume un significato preciso: supplenza.

Dove mancano servizi pubblici si chiede volontariato. Dove mancano diritti si invoca responsabilità individuale. Dove mancano politiche strutturali si parla di comunità.

La coesione diventa così un modo per trasferire sulle persone ciò che dovrebbe essere garantito dalle istituzioni. Una retorica che copre l’assenza di investimenti adeguati. Un linguaggio che trasforma la cittadinanza in un dovere morale più che in un insieme di diritti.

La coesione come condizione materiale

Se si vuole parlare seriamente di coesione, occorre cambiare prospettiva. Non è uno slogan né un sentimento da richiamare nei momenti difficili. È una condizione materiale.

La coesione nasce quando le distanze sociali si riducono, non quando si chiede alle persone di ignorarle. Chi vive in periferia non ha bisogno di appelli all’unità: ha bisogno di trasporti, servizi, case e lavoro. Chi è precario non ha bisogno di inviti alla responsabilità: ha bisogno di stabilità e salari dignitosi. Chi è giovane non ha bisogno di essere motivato: ha bisogno di un futuro possibile. Chi è migrante non ha bisogno di essere “integrato”: ha bisogno di diritti pieni di cittadinanza.

La coesione non è un sentimento collettivo da evocare. È la condizione che impedisce alle persone di diventare nemiche tra loro.

Dove la coesione esiste davvero

Se esiste una forma reale di coesione, non si trova nei discorsi ufficiali. Si trova nelle pratiche quotidiane che nascono dove lo Stato arretra: nelle reti di solidarietà, nei comitati per la sanità pubblica, nei movimenti per la casa, nelle cooperative di quartiere, nelle lotte dei lavoratori, nelle comunità che si organizzano per non lasciare indietro nessuno.

In questi spazi la coesione non è proclamata: è costruita. Non è un valore astratto: è una risposta concreta alla fragilità sociale.

Un Paese non si tiene insieme con le parole

L’Italia non ha bisogno di essere rassicurata. Ha bisogno di essere compresa.

Ha bisogno di politiche che riducano le disuguaglianze, non di parole che le nascondano.

Ha bisogno di riconoscere che il conflitto non è una minaccia, ma un segnale: indica dove la società si spezza e dove la politica deve intervenire.

Un Paese non si tiene insieme con le parole. Si tiene insieme con la giustizia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *