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Requiem per il cardinal Ruini

cardinale

 

Numerose le evocazioni del cardinal Ruini. Ma ne hanno parlato poco e poco criticamente i cattolici dal punto di vista di un cristianesimo moderno, conciliare. Lo fa ora, in questo articolo, in maniera acuta e competente, Franco Pizzolato, già docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. La “linea Ruini” appare insieme coerente al suo interno e  datata dentro la Chiesa del Vaticano Secondo.

 

 

Il card.Camillo Ruini fu fedele e solerte interprete in Italia dello stile pastorale di Giovanni Paolo II. Basandosi sul convincimento che la scristianizzazione non fosse un dato epocale irreversibile, ma ancora contrastabile tramite interventi di salvaguardia e di ripristino del costume anche mediante un’azione politica, cercò indefessamente di custodire e ricostruire valori cristiani attraverso un accordo col potere politico.

Ruini prima ha voluto l’alleanza di trono e altare. E fu un pessimo affare

Così, per combattere la relativizzazione di valori che già la società, e la chiesa nei confessionali, avevano ampiamente (e talora santamente) già negoziato, finì col relativizzare la politica, che è la più alta attività etica, riducendola a tecnica di realizzazione di valori che era meglio che essa non discutesse. I principi venivano assolutizzati in termini astorici e consegnati alla politica inibendo ogni mediazione ad essa, che invece avrebbe l’alto compito etico di definirli in vista del proprio fine: il consenso e la costruzione di un ethos più condiviso di un popolo. Invece, con una contrattazione ai vertici, era inevitabile che fossero visti come valori particolari d’un gruppo quelli che, sia pur debitamente graduati, potevano essere visti come patrimonio dell’umanità.

L’alleanza tra trono e altare si è rivelata un pessimo affare. Com’era facile prevedere, si verificava una strumentalizzazione reciproca tra gerarchia ecclesiastica e potere politico: la Chiesa si serviva della politica per tutelare propri valori in maniera coattiva, la politica si serviva della Chiesa per avere legittimità e consenso formale e mani libere per agire, spesso contro la dottrina della Chiesa, in senso olistico (soprattutto nell’etica politica ed economica). Nonostante qualche vittoria di Pirro o qualche piatto di lenticchie guadagnato dalla Chiesa, con questo patto si veniva a destrutturare la più alta e complessa attività etica, la politica, che diventava semplice tecnica esecutiva e non maturante, paga di compromessi invece che attenta alle mediazioni.

Poi ha liquidato l’unità politica dei cattolici. E i laici si trasformarono in utili “ascari"

Dopo avere difeso accanitamente e troppo a lungo un’unità politica dei cattolici ormai insussistente, Ruini lasciava repentinamente cadere l’illusione di un’Italia “nazione cattolica” e non esitava a dare di punto in bianco il colpo di grazia alla ultracinquantennale unità politica (e ad un partito dei Cattolici), abbandonando come arnesi inutili quei politici cattolici da cui aveva prima preteso il conseguimento di due traguardi impossibili: la testimonianza senza cedimento sui principi e la vittoria elettorale.

Di qui l’accusa di cinico tatticismo. Tanto più che questo abbandono dell’unità non avveniva per emancipare la Chiesa da uno stretto legame con una forza politica e riportarla nel terreno suo proprio: quello montiniano della “scelta religiosa”; ma per farle avere mani libere onde fosse protagonista sia con la Destra sia con la Sinistra. E Ruini pose se stesso, il Presidente della CEI, come l’interlocutore politico dei Cattolici col potere, sostituendosi ai laici perfino a livello di trattativa, non a livello di alta mediazione. Andava alla ricerca del referente utile: non più stabile e ideologico, ma adatto alle convenienze particolari. Così la politica del mondo cattolico non formulò più disegni politici globali, ma restò sospesa super partes in una posizione di equidistanza, contrattando di volta in volta la traduzione politica dei propri valori (o interessi) con chi ci stava e accettandone le condizioni. Insomma, ai laici credenti era chiesto il compito di utili “ascari”.

Il pluralismo dei cattolici diventava strumentale e l’ateo devoto trionfava

Per la cosiddetta «linea Ruini», il pluralismo dei cattolici non rispondeva alla distinzione tra fede e politica, ma era l’accettazione di presenze dei cattolici in zone diverse, per avere “quinte colonne”, non per dare anima a differenziati disegni politici. Ebbe grande successo la categoria dell’ateo devoto, che, indifferente ai valori della fede, attestava al mondo ecclesiastico un ossequio tanto più forte quanto più esteriore e interessato; e duttile come avviene tra scafati uomini d’affari.

Anche senza deliberata intenzione, perché Ruini fu sempre uomo di dottrina sicura, il cristianesimo duro e puro si avvicinava pericolosamente ad una «religione civile», vicina a posizioni del cristianesimo americano. Ma senza enfasi apocalittiche: con uno stile più cinicamente italico.

Ma, alla fine e nonostante tutto: requiem

Eppure, nonostante tutto, crediamo che sia cosa buona e giusta impetrare un requiem per il card.Camillo Ruini: “or poserai per sempre, stanco suo cor”. Ben lo merita una personalità come la sua che si è spesa per la Chiesa senza concedersi mai quiete, con uno spiccato e sacrificale senso del dovere. E se per noi resta dottrinalmente e storicamente più persuasivo lo stile conciliare imboccato dalla Chiesa italiana dopo il Concilio, non fuori di questa cornice ci piace vedere anche il lascito primario dell’Eminence Ruini (come lo chiamava affettuosamente la Littizzetto): la sua indefettibile volontà di salvare e promuovere la dimensione pubblica e politica del Cristianesimo. Che egli perseguì con una decisione e una pervasività pari alla sua acuta intelligenza.

Il suo impegno contro l’evanescenza della presenza civile dei Cattolici, che fu e resta la grande, e irrisolta, sua battaglia, deve essere da noi raccolto e investito, soprattutto nella strenua prossimità agli ultimi. Che anche don Camillo amava, da “cattolico intransigente” emiliano.

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