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Femminicidi, mascolinità e Vangelo: quando l’amore smette di servire e comincia a possedere

Dopo le 59 donne uccise nel 2025, il 2026 è iniziato con i femminicidi di Linda Iyekeoretin e Federica Torzullo che sono i primi nomi di quella che finirà per essere, ancora una volta, una lunga lista

 

 

I numeri che preoccupano. Parliamone

Una riflessione sul fenomeno dei femminicidi e l'impianto culturale che li genera. Come può il Vangelo aiutarci a definire una mascolinità sana?

Ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo che diceva di amarla, siamo davanti a una sconfitta e a una sfida. Perché se è vero che il femminicidio è l’esito estremo di relazioni malate, è altrettanto vero che quelle relazioni crescono dentro un immaginario condiviso, dentro simboli e modelli di amore e di forza che abbiamo respirato tutti.

I numeri, ormai, li conosciamo. In Italia, ogni anno più di cento donne vengono assassinate da un partner o un ex partner. Sì tratta di una violenza che nasce dentro la casa, dentro la relazione, dentro ciò che avrebbe dovuto essere luogo sacro di cura. Questo dato, più di ogni altro, smonta la narrazione dell’eccezionalità e ci costringe a guardare la normalità - che poi, è quella che fa più paura.

Per questo parlare di femminicidio significa parlare di mascolinità. Non degli uomini in quanto tali, ma dei modelli di essere uomini che la nostra cultura continua a produrre e legittimare.

La mascolinità sana, la mascolinità tossica

Il termine “mascolinità tossica” viene spesso frainteso, soprattutto in ambienti conservatori, come un attacco ideologico contro gli uomini. In realtà, è una categoria descrittiva, non morale: indica un insieme di tratti culturali che associano l’identità maschile a controllo, dominio, repressione emotiva, incapacità di gestire il rifiuto e la perdita.

Noi siamo frutto della cultura a cui apparteniamo e di molti altri influssi che ci danno forma. Non si nasce violenti: si diventa incapaci di stare nella frustrazione. E quando l’amore viene confuso con il possesso, il rifiuto viene vissuto come una minaccia esistenziale.

Molti femminicidi avvengono dopo una separazione, una decisione autonoma della donna. È lì che il castello simbolico crolla: l’uomo che ha costruito la propria identità sul controllo dell’altra persona non regge il vuoto e trasforma il dolore in violenza.

I movimenti femministi hanno avuto il coraggio di dire chiaro e tondo tutto questo quando era ancora indicibile. Hanno mostrato che la violenza non è un incidente, ma un esito di certi modelli relazionali. Hanno costruito risposte collettive: centri antiviolenza, reti di donne, pratiche di autodifesa, pressione politica, cambiamenti legislativi. Senza questo lavoro, oggi saremmo molto, molto più indietro.

Eppure, anche qui, resta una domanda aperta: che tipo di mascolinità vogliamo promuovere?

Il rischio di distruggere senza generare

La critica è necessaria, ma se resta sola rischia di lasciare macerie, e sulle macerie crescono facilmente modelli regressivi, nostalgie autoritarie, pericolosissimi maschilismi travestiti da tradizione.

Non possiamo limitarci a dire agli uomini cosa non devono essere; serve dire che cosa è necessario che siano.

Qui il Vangelo non è un’aggiunta spirituale, ma un ottimo criterio radicale. Perché il Vangelo non conferma nessuna mascolinità dominante, ma anzi, le smonta tutte. 

Una mascolinità evangelica: forza che si abbassa

Nei Vangeli la forza non è mai associata al dominio: ogni volta che qualcuno cerca di affermarsi sugli altri, Gesù rovescia la scena. Lava i piedi, tace davanti al potere, rifiuta la violenza anche quando potrebbe legittimarla, sacrifica sé per il bene altrui.

L’amore, nel linguaggio evangelico, non è possesso, ma servizio. Non è costringere l’altro, ma volerne il bene anche quando costa al nostro ego. Proteggere non significa decidere al posto di qualcuno, ma assumersi molte responsabilità, togliere di mezzo il proprio ego, servire l’altra, custodire, accompagnare. 

L’attuale panorama culturale promuove da un lato più mainstream una mascolinità predatoria e oggettificante, per sé e per l’altra, e da un lato più liberal-radical una mascolinità desaturata e negata, impacchettando unitamente aspetti naturalmente positivi e culturalmente deviati, come risposta radicale al modello mainstream. La mascolinità sana, però, non può essere fragile, ma anzi richiede una grande forza. Non aver  bisogno di dominare per esistere è tutt’altro che un segno di debolezza.

Sacrificio: perdere potere, non infliggerlo

Uno dei grandi equivoci teologici è aver chiesto il sacrificio a chi era già vulnerabile. Nel Vangelo, invece, il sacrificio è sempre richiesto a chi ha più potere.“Amare come Cristo” significa spogliarsi dei propri privilegi, accettare che nulla e nessuno ci appartiene. Una mascolinità bella e sana accetta questa perdita senza trasformarla in vendetta, e protegge quello che invece è sotto la sua ala.

Se il femminicidio è anche un problema culturale, allora riguarda anche la Chiesa. Non perché la Chiesa sia “colpevole”, ma perché è responsabile dei modelli simbolici che trasmette.

Che idea di uomo proponiamo? Che idea di amore? Che rapporto tra forza e servizio?

Promuovere una mascolinità sana non significa edulcorare la violenza, ma lavorare al cambiamento perché accada meno. Significa smettere di benedire il controllo chiamandolo protezione.

Il Vangelo non chiede uomini deboli, e non chiede uomini violenti. Chiede uomini forti, saggi, altruisti, che mettono in pratica l’amore attraverso il servizio, la protezione attraverso il custodire e non il possedere.

Forse, la domanda da porsi non è “era un mostro?” oppure “cosa non ha funzionato in quelle relazioni?”, ma: “che idea di amore abbiamo continuato a raccontare?”

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