Seppur citato da Papa Francesco nel Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2017, dal titolo “La nonviolenza: stile di una politica per la Pace”, vero e proprio manifesto di nonviolenza attiva per i cristiani cattolici, il suo nome non è da noi così famoso come quello di Gandhi o di M.L.King. Eppure, a conoscere in modo più approfondito le vicende principali della sua vita, ci si può facilmente rendere conto della straordinaria levatura morale, spirituale e politica di quest’uomo.
La scelta nonviolenta
Ghaffar Khan, detto Badshah Khan (Re dei Khan), nacque nel 1890 da una famiglia benestante a Utmanzai, vicino a Peshawar, in una regione appartenente all’odierno Pakistan, allora colonia britannica chiamata “Frontiera Orientale Indiana”. Fu leader indiscusso dei Pathan, una popolazione musulmana, fiera e bellicosa, dedita alla vendetta e alle faide tribali, secondo un rigido codice d’onore. Guidò a più riprese la lotta per l’indipendenza dal colonialismo inglese attraverso la resistenza nonviolenta, la cui ispirazione trovò innanzitutto nel Corano e nella propria fede islamica: ”Musulmano è colui che non ferisce mai nessuno né con parole né con azioni e lavora invece per il benessere e la felicità della creature di Dio. La fede in Dio è amore del proprio compagno”(Eknath Easwaran, Badshah Khan, Il Gandhi musulmano,Sonda,2008,p.14).
Nonviolenza non solo come strumento di lotta politica ma anche e soprattutto come azione concreta di pace, giustizia, fratellanza universale: “Pace sarà la parola che dal Misericordioso Signore udranno” (Cor.34,2).
“Il mio compito è educare”
Ancora ragazzo (1897) assistette alla violenta e feroce repressione britannica a seguito della rivolta dei Pathan: distruzione dei raccolti, taglio degli alberi, avvelenamento dei pozzi d’acqua, eliminazione del patrimonio animale, demolizione delle case, bombardamenti aerei sui civili… Convinto di dover aiutare il proprio popolo a liberarsi dalla dominazione straniera non si lasciò irretire dalle continue violenze subite, ma decise di reagire altrimenti.
Iniziò così ad aprire scuole nei villaggi, a lottare contro le condizioni di estrema arretratezza economica e morale, a indire campagne in favore dell’emancipazione della donna, procurandosi l’avversione degli Inglesi ma anche l’opposizione dei mullah tradizionalisti.
Fermamente convinto, diceva, che “il mio compito è educare, illuminare, insegnare ai Pathan che il vero coraggio consiste nello stare nel giusto”(G. Morotti, Gesù non era uno scemo, Ed.La Parola, 2023, p.46).Ben presto si rese conto che più di ogni altra cosa serviva smascherare la falsa illusione di chi tra i suoi vedeva nel rancore e nella violenza della vendetta e quindi dell’assassinio la vera essenza del codice d’onore. “ Il pathan non è un assassino irresponsabile, ma la vittima del suo distorto codice d’onore” (ivi, p.47).
L’”esercito” nonviolento
Nel 1928 incontrò di persona Gandhi, di cui già da tempo aveva sentito parlare e nella cui lotta nonviolenta si era subito identificato. Ne ricevette una profonda impressione, in particolare per la tolleranza interreligiosa e la virtù della pazienza, che notava entrambe poco praticate dai capi islamici. Successivamente conobbe anche Nehru, futuro Primo Ministro indiano. Con lui partecipò alla lotta per l’indipendenza, dando vita al primo “esercito” nonviolento della Storia, i khudai khidmatgar (servi di Dio). Tutti i Pathan, uomini e donne, potevano farne parte: vestiti di una camicia rossa e legati da una promessa reciproca, che impegnava innanzitutto se stessi. Scopo della loro azione era quello di aprire scuole, sostenere progetti lavorativi, sviluppare l’igiene, favorire l’emancipazione delle donne e l’autogoverno personale e sociale.
Vivendo, pregando e digiunando nei cinquecento villaggi che visitò a piedi, Badshan Khan cercò di convincere i suoi compagni di lotta dell’importanza di praticare nella vita quotidiana la sabr (la pazienza), che nel Corano è la virtù fondamentale della cosiddetta “guerra santa” tra il bene e il male e il cui vero combattimento è nell’intimo del proprio cuore. Più volte arrestato e incarcerato senza regolare processo, fu infine rilasciato nel 1934 ma bandito dalla Frontiera. Accettò così l’invito di Gandhi di andare a vivere nel suo ashram a Warda, nell’India centrale.
Autentico “servo di Dio”
Con il Mahatma si opporrà alla divisione politico-religiosa del subcontinente indiano in due Stati: uno induista, l’altro musulmano. Insieme si recarono nelle regioni dove erano scoppiate le maggiori violenze cercando di pacificare gli animi con la preghiera, il digiuno e la loro testimonianza interreligiosa, senza però ottenere alcun risultato.
Badshah Khan chiese l’autonomia per la regione abitata dai Pathan, ma fu accusato di tradimento e condannato a tre anni di carcere duro, prorogati poi a sette. I khudai furono messi al bando, le sedi chiuse, le loro attività vietate. Egli trascorse in carcere trent’anni, un terzo della sua vita e sette in esilio, ospite politico del governo afghano, ma mai cessò di credere e professare con la propria vita la giustizia, la pace e il perdono attraverso la lotta nonviolenta.
Morì nel 1988, a 98 anni, a Peswar. Secondo le sue ultime volontà fu sepolto nella casa di Islamabad, in Afghanistan. In migliaia parteciparono al suo funerale: nonostante la guerra in corso, entrambe le parti, ovvero la coalizione di governo sovietico-afghana e i Mujahidin afghani, dichiararono un cessate il fuoco immediato per consentire la sepoltura di quest’uomo riconosciuto da tutti come un autentico “servo di Dio”.
Bibliografia:
Eknath Easwaran, Badshah Khan, il Gandhi musulmano, Ed.Sonda, Casale Monferrato (AL), 2008
G. Morotti, Gesù non era uno scemo, La nonviolenza, una scelta inderogabile, Ed. La parola, Roma, 2023
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