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Un'immagine alla settimana - Rubrica a cura di Osvaldo Roncelli

“Non un memoriale, ma un ricordo per tutte le vittime”. Un messaggio di speranza

museo ebraico Berlino

 

Viviamo un tempo in cui le vittime si moltiplicano. Diventa quindi importante un'opera che vuole essere “non un memoriale, ma un ricordo per tutte le vittime", così Menashe Kadishman, con le sue scelte estetiche dall'impatto emotivo straordinario. Siamo nel museo ebraico di Berlino (immagine)

 

 

Menashe Kadishman Shalechet particolare
Menashe Kadishman - Shaleket (foglie cadute),1982/’97

 Camminarci sopra per andare oltre

Oltre ventimila dischetti ferrosi - tagliati con la fiamma ossidrica in forma tra l’ovale e il circolare - sono per quattro volte forati da aperture che evocano forme di bocche, occhi stretti e naso. Tracce di fusione - anche schegge, sbavature indurite, ruggine, intemperie - tracciano sul metallo segni simili a rughe, sangue rappreso, lacrime, ecchimosi.

Sparsi a caso sul pavimento i dischetti si trasformano in volti dolenti tra urlo, terrore, rassegnazione, stupore.

Chi guarda è invitato a camminaci sopra: i passi, resi incerti dalla superfice disomogenea, provocano un dissonante, aspro fragore.

 

Menashe Kadishman Shalechet Foglie cadute 1997
Menashe Kadishman Shalechet Foglie cadute 1997

L’opera si intitola “Shalechet” - in ebraico “foglie cadute”.

L’autore è Menashe Kadishman (1935 - 2015) - ebreo, nato in un kibbuz, segnato dalle vicende dello stato d’Israele, con una particolare storia di vita e di formazione - profugo, orfano, pastore, soldato, scultore: infine artista.

 

menashe kadishman
Menashe Kadishman

”Foglie cadute”

Nel 1982, quando muore la madre e il figlio viene chiamato alle armi per la Prima guerra del Libano, Kadishman inizia a ricavare teste metalliche forando lastre di ferro: sarà la sua personale reazione del dolore tra guerra, pace, destino, sacrificio, lutto.

Negli anni i volti si accumulano sul pavimento del suo studio, tanti al punto che è costretto a calpestali: da qui l’idea di definire il tutto “foglie cadute”.

Ben oltre il memoriale, sarà la rappresentazione lirica dei drammi della storia al pari di:

“…come d’autunno sugli alberi le foglie…”
(Ungaretti - “Soldati”, 1918);

“Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire, or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.”
(Inferno, V, 25-27)

Anno 2000 . In Germania nell’elaborazione del lutto per il l nazismo

Daniel Libeskind sta per concludere la costruzione a Berlino del nuovo Museo Ebraico; vede il lavoro di Menashe Kadishman; ne resta molto colpito e decide di collocare “Shalechet - foglie cadute” in apposito spazio in ambiente che possa esaltarne i significati.

 

veduta museo

L’edificio creato da Libeskind - già di per sé struggente opere d’arte su scala urbana, labirinto claustrofobico privo di qualsiasi traccia di ortogonalità, con aperture alla luce simili a ferite - prevede come concettuale elemento strutturale percorsi che, intersecandosi, generano spazi vuoti e cechi; in architettura si chiamano “void”, per dire che sopra e sotto non c’è nulla, il “vuoto” in italiano. Nel museo staranno a significare la radicale distruzione della vita.

Memory void. In un “vuoto di Memoria” nel museo ebraico di Berlino

Libeskind distende “Shalechet - foglie cadute” lungo il percorso che conduce a un “vuoto”.

 

museo ebraico

 

Già il giorno dell’inaugurazione del museo, l‘installazione suscita grande risonanza muovendo un corale impatto emotivo. Volti fatti nel ferro delle armi, espressioni tragiche, rumore del calpestio, colore della ruggine, odore da fonderia, accumulo casuale tra campo di guerra e fossa comune, luce opaca: chi guarda e passa è investito da un messaggio “totale”, arte che coinvolge corpo e mente, sensi ed emozioni.

Il dover per forza passare calpestando per andare oltre è assumere la responsabilità della storia.

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