La parola raccolta nel silenzio

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SABATO SANTO: la Parola non parla più
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Settimana Santa. Sabato. Immagini per contemplare il mistero.
Hans Holbein il Giovane e il Cristo che aveva impressionato Dostoevskij.
Una bellissima, straziante preghiera di don Sergio Colombo

I Vangeli non dicono nulla di Gesù nel sepolcro

I Vangeli usano molte parole per narrare la passione di Gesù, ma quasi nessuna per dire del suo sepolcro, del suo destino di tre giorni.

La condizione di esilio propria di ogni uomo, si ripropone in questo silenzioso sabato dei discepoli cui la morte ha tolto l’amico, colui che insegnava loro a cercare Dio come presenza viva. Eppure, le sue parole sono divenute interamente vere proprio quando egli le ha chiuse nel silenzio. Sono infatti parole d’attesa, che cercano il silenzio del sepolcro per diventare vere, suggeriscono che proprio da lì dovrà venire lo Spirito che dà vita alle cose morte.

Nessuno può sostituirsi a noi e alla nostra fede per interrogare e sopportare quel silenzio.

Lo scandalo del Cristo morto

Hans Holbein Il Giovane. Cristo nel sepolcro

A volte proviamo ad accostare qualche parola alle opere d’arte nel tentativo di aiutarne la lettura e cercarne una decifrazione aggiuntiva.

Davanti ad alcune immagini, tuttavia, la compagnia del linguaggio oltre che insufficiente pare inappropriata. 

È il caso del Cristo nel sepolcro di Hans Holbein il Giovane. Dipinto che davvero toglie la parola, e chi ha avuto la possibilità di contemplarlo dal vero, ne comprende il motivo.

Anche Dostoevskij, nel romanzo L’idiota, s’interroga sull’immagine, da cui rimane terribilmente impressionato: “Quel quadro! …osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede…” esclama il protagonista, principe Myškin. E attraverso un altro personaggio si aggiunge più avanti:

Se gli Apostoli, le donne che stavano presso la croce, i fedeli, gli adoratori e tutti gli altri videro il corpo di Cristo in quello stato, come potevano credere all’imminente resurrezione? Se le leggi di natura sono così potenti, come farebbe l’uomo a dominarle quando la loro prima vittima è stato proprio Colui che, da vivo, impartiva i suoi ordini alla stessa natura?.

Il bacio al Cristo morto. Una preghiera di don Sergio Colombo

Noi non pretendiamo di aggiungere nulla, e ci avviciniamo in altro modo al corpo morto di Cristo, alle soglie della notte di sabato, ritrovando le parole del nostro amico don Sergio, con una preghiera e confessione sussurrata dopo la liturgia della tarda sera, nella verità delle lacrime.

Perché un bacio al Cristo morto? Ti bacio perché ti amo. Ti bacio perché non voglio vederti morto. Ti bacio per prendere coraggio di fronte alla mia paura di morire. Ti bacio perché vedo sul tuo volto, preda della morte, il volto di alcuni miei amici.

Ti bacio perché ti amo. Ti appartengo. Sono tuo. Per sempre. Lo so che dicendo così mi rendo un po’ ridicolo: che dovrei vergognarmi per come ti amo. Ma io ti dico quello che vorrei: amarti con tutto il cuore. Proprio con il mio cuore: con il mio modo debole e contraddittorio di amarti. Per quel poveraccio che sono, ti amo.

Ti bacio perché mi sfuggi… Perché le cose più dolci e più vere sono anche così crudeli? Chi sei tu, veramente? Baciandoti vorrei prenderti e conoscerti. E invece il bacio è anche una confessione di distanza. Chi sei tu che solo nella morte ti fai incontrare? Ormai ho capito: non potrò conoscerti, non potrò averti prima. Tu ti dai solo dal di là della morte. E solo nella morte ti potrò veramente trovare. Il salto è inevitabile: non potrò fermare l’angoscia ed evitare la prova. Forse, baciandoti, cerco solo di essere un po’ rassicurato, di prepararmi con fiducia all’incontro con la morte. Se c’è una piccola dolcezza in questa sera va tenuta per il giorno della sepoltura.

Ti bacio anche con negli occhi il volto dei miei amici che una morte cieca in questi ultimi mesi mi ha rapito. Per alcuni morti, mi sono sentito tradito e abbandonato: esposto a una prepotenza cieca. Ho avuto per settimane paura che la crudeltà fosse più forte di ogni tenerezza. Ora sto un po’ meglio, ma solo perché ho un po’ dimenticato. Non perché sono veramente guarito. Forse è più giusto dire che mi sento doppiamente ferito: dalla crudeltà della morte e dalla dimenticanza degli amici. Ti bacio per non dimenticare; per tener viva la compassione. Ti bacio per risvegliare il cuore: perché sia capace di volere un po’ di bene agli amici che Tu mi hai dato. Ti bacio per tenere sulle mie labbra la tua tenerezza.

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