
Il crocifisso di Rosate ha una lunga storia: tempi di guerra e saccheggi lo consegnano al monastero di Rosate in circostanze misteriose; subito ricevette grande devozione e il popolo della Città Alta chiese e ottenne grazie miracolose: per la Città diventa un punto di riferimento nei momenti difficili della storia.
Quando a causa delle politiche della Repubblica Cisalpina il monastero di Rosate viene soppresso, il crocifisso - una scarna scultura di povero legno con struggenti capelli veri che cascano sul petto - viene accolto in Duomo, prima collocato “nel secondo altare a mano dritta di chi entra”, dal 13 settembre 1866 in una ammiratissima, sfarzosa cappella in stile bramantesco “…senza parsimonia e semplicità di ornati…”.

Un nastro rosa - al braccio alla croce
Quando ancora il crocifisso era presso le monache di Rosate avvenne un fatto che lasciò sulla croce segni tuttora visibili.
“Un’anonima semplice conversa ingiustamente accusata da un’arrogante superiora di una non precisata mancanza corse nella chiesa del monastero sfogando il proprio dolore davanti alla veneranda reliquia: “Adunque Signor mio permettete che io sia incolpata tanto ingiustamente?”.
Il Crocifisso le rispose: ”Et ego filia, quid fecit (E io cosa feci per meritarmi questo?)”.
Mentre pronunciava queste parole, Cristo staccò il braccio sinistro dalla croce e abbracciò la conversa per confortarla”.

Dopo il racconto della conversa:
“Si pose mente allora e si vide che non vi era più il chiodo nella mano sinistra del Crocifisso; a memoria del quale fatto prodigioso, non si rimise più il chiodo in quella mano, che venne invece legata al braccio della croce con un nastro, come ancora vedasi”.
Dalla parte degli oppressi
Una bella storia di consolazione: vinta arroganza e sopraffazione, la giustizia viene restituita e la memoria di una straordinaria misericordia è affidata a un nastro di colore rosa (come la forza del rosso ammorbidito dalla purezza del bianco).
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