Sulla partecipazione della Russia alla prossima Biennale d’Arte di Venezia, si è scatenata l’attenzione dei media dopo la conferenza stampa della presentazione del Padiglione Italia. La mostra si aprirà il 9 maggio e chiuderà in novembre 2026.
Scontro fra ministro Guidi e direttore della Biennale
Temo che il dibattito intorno alla Russia sì / Russia no, alimenterà la polemica anche nei mesi a venire, come, purtroppo, sembra ancora durare a lungo la guerra in Ucraina.
A seguito delle scaramucce tra il Ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pierangelo Buttafuoco (ambedue di orientamento politico vicino al governo), il primo contrario e il secondo favorevole alla riapertura del Padiglione della Federazione Russa, si è aperto un confronto aspro ma non certo nuovo sulla censura e sulle varie esclusioni dai luoghi di cultura. Poi ci si è messa di mezzo anche la Commissione Europea che, pur avendo altro di più importante a cui pensare, ha minacciato di sospendere i fondi destinati alla Biennale qualora l’istituzione veneziana confermasse l’accoglimento delle Russia tra le partecipazioni straniere.
Occorre ricordare che la Russia non partecipa alla Biennale dal 2019 per sua decisione autonoma. Anche nel 2022, pochi mesi dopo l’invasione dell’Ucraina, il padiglione venne chiuso su indicazione della stessa Federazione Russa. Nel 2024 il padiglione è stato affittato temporaneamente alla Bolivia.

Oggi, cacciare dalla Biennale uno Stato che è il legittimo proprietario del suo padiglione da un centinaio di anni, è solo propaganda. Stupisce, per ora, il silenzio degli artisti anche italiani che sono stati esclusi dalle partecipazioni internazionali non per censura, ma per scarsa qualità delle proposte. E poi… l’Italia ha già il suo padiglione e può ospitare gli artisti scelti da una apposita commissione.
Quelli che dovrebbero essere esclusi sono Usa e Israele
Perché non si chiede di sbarrare il padiglione USA le cui autorità sono responsabili di aggressioni armate al di sopra di ogni diritto internazionale? Perché non si chiede l’esclusione di Israele, il cui governo genocida ha mietuto migliaia di vittime a Gaza e dintorni? Domande non retoriche che chiedono solo la coerenza degli atteggiamenti e delle scelte. Il nostro pronunciamento si schiera contro ogni esclusione, sia chiaro, come non abbiamo tollerato in silenzio il rifiuto ai direttori d’orchestra, ai cantanti e ballerini, a registi e attori di origine russa e perfino ad esperti di letteratura russa nelle università idi casa nostra.
Semmai sarebbe auspicabile che un organismo internazionale come la Biennale d’Arte di Venezia promuovesse una grande rassegna degli artisti oppositori ai regimi, specie di quelli che ancora agiscono nei regimi totalitari o forzatamente esiliati all’estero. Anche Cuba avrebbe la necessità di approdare a Venezia per indurre a riflettere sull’embargo americano che sta mettendo in ginocchio la povera gente di quel paese. Finalmente si potrà parlare artisticamente delle diaspore non solo africane, delle subordinazioni, delle dipendenze capestro, delle carceri che rinchiudono gli intellettuali… La distruzione del patrimonio culturale di un paese è uno degli aspetti più drammatici dei conflitti in corso. Ben poco sta facendo l’UNESCO per riaffermare l’obbligo di rispettare la Convenzione dell’Aia del 1954 sulla tutela dei beni culturali in caso di guerre.
“Il principio su cui si fonda la rassegna veneziana è quello di offrire uno spazio in cui le opere possono essere giudicate nel confronto pubblico. Eventuali tentativi di propaganda finiscono inevitabilmente sotto lo sguardo critico della comunità internazionale e della stampa. Sarà dunque il contenuto artistico delle proposte, una volta aperti i padiglioni, a determinare il giudizio finale sull’edizione 2026, al netto delle polemiche” (Cit. Ente Biennale)
L’Europa e l’Italia in primis hanno sempre goduto di un notevole accredito culturale, non certo per il suo esercito e per le armi. E nemmeno per la censura.
