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L’Ucraina, la guerra, un incontro inatteso

Viola Ardone

 

Viola Ardone è una sicurezza: tutti i suoi tre precedenti libri (Il treno dei bambini, Oliva Denaro e Grande meraviglia) sono stati belli, interessanti e scritti con uno stile limpido e suggestivo.

 

Un bel “libro di mezzo"

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Non stiamo parlando dei libri di Dostoevskij o delle Memorie di Adriano, tanto per citare meravigliosi romanzi europei ormai patrimoni dell’umanità, ma di quei bei “libri di mezzo”, ben scritti, piacevoli, che sei contenta di ritrovare sul comodino, la sera, prima di dormire.

E sono anche molto utili: riportano alla lettura persone che dai tempi della scuola, spesso allontanati da capolavori incautamente imposti, non hanno più preso in mano un libro.

O che, il cielo ci scampi e liberi, leggono solo Harmony et similia.

Viola Ardone è una insegnante di lettere di un liceo di Napoli (fortunati i suoi alunni), collabora con vari quotidiani, dai suoi libri sono stati tratti un film e un’opera teatrale, per questo forse è così difficile incontrarla o intervistarla.

Ma veniamo al suo ultimo libro che per me è il più bello di quelli pubblicati da Einaudi: ho letto tantissime recensione e con soddisfazione ho visto che è universalmente considerato il più bello o il più brutto dell’autrice.

Certo, predominato gli estimatori, ma leggendo le recensioni dei delusi, si capisce molto di questo libro perché le motivazioni dei detrattori sono esattamente le ragioni per cui  gli estimatori lo considerano il migliore.

La storia è semplice: il piccolo Kostya di dieci anni è mandato dal padre via dall’Ucraina subito dopo l’invasione russa, praticamente solo con l’indirizzo italiano della nonna, Irina, domestica presso un’insegnante, Vita, che annega pian piano nella depressione perché non riesce a riprendersi dalla morte del figlio. Ovviamente l’incontro è piuttosto sconvolgente per tutti, ma qui mi fermo per non anticipare le scarse vicende o il finale della vicenda

«Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell'amore». Una mattina Vita apre la porta di casa e trova, accoccolato sull'uscio, Kostya. Lui, che neppure parla la sua lingua, le cambierà l'esistenza. Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte, di tutti( dalla 4^ di copertina).

Non tanto cosa accade, ma come accade

  Quindi non si tratta tanto del racconto, ma di come l’Ardone lo racconta:

” Non è tanto cosa accade, ma come accade, e cosa cambia in chi è costretto ad assistere al miracolo di un incontro inatteso. L’autrice, che ha già dimostrato una sensibilità unica nel dare voce agli invisibili e ai feriti della storia, qui affronta un presente tragico – la guerra in Ucraina  incastonandolo in un’architettura emotiva dove i legami inattesi diventano l’unica vera trincea contro la disperazione.”

Cito questa recensione perché è illuminante e chiarissima.

Non è un libro “tragico” e deprimente, come si potrebbe pensare dall’ambientazione  e dal periodo, ma anzi, spesso strappa sorrisi, e rallegra chi legge.

La vicenda viene portata avanti, a capitoli alternati, dai tre protagonisti, ognuno con il suo linguaggio e il suo modo di pensare. Kostja parla come i ragazzini delle periferie di tutto il mondo, fratello e omologo degli scugnizzi napoletani; Irina, la nonna domestica, si finge un po’ tonta e poco capace, in realtà è laureata in filosofia e conosce Dante a memoria e usa i suoi versi per chiosare consigli e ordini.

Un romanzo sulla necessità della cura

Infine Vita, sbattuta dalla esistenza in modo drammatico, ha perso ogni punto di riferimento e vorrebbe non esistere più. Tuttavia, poiché è comunque colta e intelligente, ha personalizzato la propria depressione chiamandola “Orietta”, un ectoplasma ora suadente ora crudele che cerca solo di rimanerle avvinghiata e tirarla giù, verso l’oblio.

Poi naturalmente abbiamo parecchi personaggi secondari: come il marito di Vita che la abbandona per cercare di sopravvivere, il vicino di casa, un vedovo che annega nella solitudine, il padre di Kostja, un povero cialtrone cresciuto con un padre mezzo delinquente e senza la madre, troppo occupata a lavorare in Italia per mantenere i suoi uomini… e così via. Gli altri li incontrerete se vorrete leggere questo bel romanzo.

Insomma TANTA ANCORA VITA è un romanzo sulla cura, anzi sulla necessità della cura, sulla possibilità di ricomporre la speranza, anche quando tutto è disastro.

La solidarietà è la forma più pura di sopravvivenza e spesso anche la cura ai mali dell’anima.

Per capire che c’è ancora tanta vita.

Viola Ardone, Tanta ancora vita, Einaudi

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