Ai Weiwei, Grande nome dell’arte contemporanea, origini cinesi.
Alle Terme di Diocleziano espone un’opera che intriga:
un prezioso lampadario disturbante
…Profughi scomparsi nel Mediterraneo, morti a causa della pandemia, 59 guerre in corso, le vittime in Ucraina…
Parlare della morte per celebrare la vita
Un lampadario nero è composto da duemila pezzi di vetro soffiato e fuso a Murano.
Ogni pezzo rappresenta frammenti anatomici del corpo umano: dalle ossa del bacio al fegato, dal cervello all’intestino; ci sono anche frammenti di altri animali e oggetti come telecamere e manette: l’insieme forma un’oscillante cascata in vetro nero.

“…Il mio lampadario di Murano fragile come la vita…”
“Bisogna coesistere con la morte, non cancellarla.
L’artista ha la responsabilità di concentrarsi sull’umanità
e di continuare a chiedere chi sta morendo, perché e come…” (Ai Weiwei)
Ossimoro incombente
Ai Weiwei propone una realtà ambigua, complessa da decifrare come una guerra; assurda come tanto dolore.
Il lampadario è una cosa aggressiva e fragile, austera e vacua; in stridente contrasto tra fasto e squallore, luce e tenebra, leggerezza e incubo.
Da simbolo di decoro borghese, di festa, di prestigio, di potere, si trasforma in “memento mori”, ma il trionfo della morte evoca nostalgia di vita.
Titolo. Lampadario
La scelta del titolo, “La commedia umana”, citando Honoré de Balzac, anticipa l‘intento di illustrare un’epoca in uno spettacolo in bilico tra farsa e tragedia.
Oggetto di “glamour”, il lampadario porta luce nei luoghi dove la vita sociale, in tutte le sue forme, celebra se stessa. Vince l’oscurità attraverso energie inventate dall’uomo e ne moltiplica gli effetti con marchingegni riflettenti.
Vetro - Nero. Dimensione
La luce attraversa il vetro senza infrangerlo; la riflette e la diffonde; quando si tinge di nero nega se stesso: qui sembra voler bloccare rilessi di morte, celando trasparenze e luminosità per tempi a venire.
Il lampadario misura sei metri per nove e pesa quattro tonnellate. La deformazione per ingigantimento delle consuete proporzioni provoca in chi guarda uno “spaesamento percettivo” che smuove dal torpore dell’abitudine; è uno stratagemma per invitare a nuovi sguardi sulla realtà.
Ossa e organi. Telecamere e manette
Nell’antica tradizione cinese la geografia particolare del corpo è chiamata “paesaggio interiore”. I cinesi parlano di meridiani e canali di energia, gli occidentali di nervi e arterie: in altre parole i cinesi non praticano la dissociazione anatomica.
Il “paesaggio interiore” dell’uomo si fonde dentro il paesaggio naturale che lo circonda nell’unità della vita organica…svelare la fragilità del corpo è dire la necessità di prendere cura del l’intero creato.
Morte e tortura sono ormai in “presa diretta”.

Luogo d’esposizione (ostentazione)
Il lampadario è allestito nelle Terme di Diocleziano, dove Michelangelo ricavò le navate di Santa Maria degli Angeli, trasformando il “frigidariun“ nella chiesa dove oggi si celebrano le esequie di stato, in particolare delle vittime di terrorismo e di guerre.

Frantumi connessi
“La commedia umana” di Ai Weiwei non vuole essere un monumento alla ”perdita”, ma la ricomposizione di qualche cosa che si è frantumato.
Nei ruderi di civiltà collassate, i pezzi di vetro, oscurato ma ancora tintinnante, raccontano la devastazione della bellezza, ma i fili che li connettono propongono una nuova forma: fragile e portatrice di luce.
Chi è Ai Weiwei
Grande nome dell’arte contemporanea, senza confini di genere, artista dissidente per antonomasia,
Ai Weiwei nasce a Pechino nel 1957. Cresce nelle più remote regioni della Cina dove il padre, poeta dissidente, viene esiliato. Si forma artisticamente negli Stati Uniti, ma torna in Cina e si afferma come implacabile attivista politico attraverso le più diverse forme di arte visiva come “strumenti per la democrazia”. E’ artista visuale con costante sguardo alle tradizioni, non solo della Cina.
La sua opera esprime il dissenso creativo per il recupero delle memorie, a sostegno della difesa dei diritti umani, con uno sguardo particolare alla dimensione globale dell’ ”uomo in fuga”, monumentalizzando la tragicità della cronaca nell’ambiguità delle sue opere.
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