La rabbia e i “no” che dicono desiderio di essere capiti e accolti. E’ sempre questione di corpi, corpi denegati e corpi che possono aprirsi anche a un futuro diverso. Ne parlano Maria Inglese, medico psichiatra, e Ivo Lizzola, pedagogista e nostro collaboratore
Maria Inglese. I “no” degli arrabbiati. Il non detto
Rabbia e rivolta. Rivolta e dissenso. Quale valore hanno i “no” che l’altro può rivolgere a “noi”, ad esempio in una relazione terapeutica? Parto dalla posizione di osservazione privilegiata avuta negli anni di lavoro come psichiatra penitenziaria nel carcere della mia città. Quelli che mi capitava di incontrare in carcere erano giovani uomini, per lo più stranieri, con una grandissima rabbia che parlava del viaggio e delle umiliazioni incontrate. Rabbia e ferita che si incontravano nei loro corpi, ammalati e pieni di tagli, nelle giornate vuote attraversate da tentativi di “evasione” chimica.
Un desiderio di vita nonostante
Penso che questi siano “uomini in rivolta”, secondo la declinazione che ne dà Albert Camus[1], giovani uomini che nel dire “no” esprimono nonostante tutto un desiderio di vita, di riscatto, di autodeterminazione. Per riuscire a incontrarli nel nodo della ribellione dovevamo riconoscere la loro rivolta: non si può semplicemente metterli in una categoria (ad esempio detenuti stranieri, senza fissa dimora, senza tessuto sociale, senza famiglia e senza lavoro, tossicodipendenti, pazienti psichiatrici), nella dimensione della marginalità (sono giovani uomini che non hanno nulla, non hanno più nulla, vengono da luoghi di grande sofferenza, di grande dolore e di grandi traumi), nella rivolta portano una domanda di significato, esprimono un dissenso.
L’avvenire di una rivolta di Julia Kristeva è un testo molto utile per questa riflessione.
Gli uomini in rivolta della nuova specie, sono gli individui arrabbiati che hanno perso il senso decisivo e specifico della rivolta, tutti e tutte sono impegnati in un’esistenza difficile e spesso dolorosa, e portano avanti lotte rischiose. Condividono tuttavia qualche cosa di nuovo che probabilmente c’è sempre stato ma diventa ormai confessabile ed addirittura rivendicato. Scoprono per esperienza che non ci sono risposte alle impasse sociali, storiche e politiche senza un’esperienza interiore, radicale, esigente, singolare, capace di appropriarsi della complessità del prima per decidere del poi. Per evitare il non-senso del rifiuto vendicativo che doppio, simmetrico e impotente denuncia l’avversario senza un’alternativa sensata. Non basta avere un programma, servono uomini e donne con esperienze interiori singolari, dubbiose, intransigenti e solo a queste condizioni riformatrici. Uomini e donne che sappiano trasmettere e condividere una parola in rivolta e solo a questo prezzo innovativa. Oggi la vita psichica si salverà solo se concederà a sé stessa il tempo e lo spazio delle ribellioni. Rompere, rammendare, rifare. La rivolta permanente consiste nel rimettere in discussione il se, il tutto e il nulla. Se siamo ancora in tempo, però, scommettiamo sull’avvenire della rivolta. Mi rivolto, dunque siamo, diceva Camus. Mi rivolto dunque saremo [2].
È un testo che ci obbliga a riposizionarci in qualche modo, ad interrogare le nostre politiche di accoglienza, le nostre pratiche di cura, il nostro immaginario su cosa significa mettersi in viaggio.
Ivo Lizzola. La parola dei corpi violati. Difficile
Trasmettere e condividere una parola in rivolta: è un passaggio difficile, a molti non riesce. Troppo il dolore, forte la paralisi della comunicazione, atrofizzata la diponibilità all’incontro: a poter sentire “siamo”.
Le donne e gli uomini che entrano in questa situazione, piano piano maturano una sorta di evidenza di non appartenersi più. Tu hai un corpo pieno di vita, di desideri, senti speranze e compiti assegnati dalla tua famiglia, che ti ha inviato come una sonda verso altrove, per poter riaprire il tempo, quello che senti nel tuo corpo. Hai corpi a cui sei legato: da affetti, da storie, da promesse, da memorie. Arrivi in Italia e il tuo corpo violato non riesce più ad abitare la promessa e la speranza, viene recluso e trova come unica modalità di inclusione quella dello schiavismo dentro le reti della criminalità organizzata, della disponibilità all’umiliazione e all’abuso. Questa schiavitù diventa schiavitù nel tuo senso di colpa e di debito insolvibile. Il tuo corpo, che non ti appartiene ormai più, può diventare un corpo di sperimentazioni e di violenza.
La cura e la sua pena
Per tornare a scoprire nel proprio corpo il riserbo ed il mistero della nascita ci vuole un cammino impegnativo, che passa da una rivolta, e diventa quasi un ritorno all’umano. In pratiche di riconoscimento e cura che possono essere molto faticose, alle quali si resiste. Vale la pena la cura? Perché la cura è sempre anche una pena. Per giungere a cogliere che la cura vale la pena serve che una relazione di riconoscimento si stia istituendo. Occorre una tessitura di strategie e di forme di incontro molto delicate, affinché possa istituirsi, costituirsi, aprirsi un nuovo orizzonte di significati e di scambi in fiducia, bisogna che nasca la possibilità di credere. Che, in qualche modo, faccia sorgere quello che prima nella rivolta, non sapevi cosa fosse, se non vita che chiede di continuare a vivere, a rifiorire. Nel corpo proprio anzitutto: ed è una cosa fragile perché lì abitano anche il tagliarsi, le abulie, lo stordirsi.
Imparare ad essere “di qualcuno"
Un incontro, “sei di qualcuno” nella cura. Un movimento del sentire: corpo, occhi, sguardo, mani, occhi, sobrietà nel disporci l’uno di fronte all’altro. E questo sottilissimo legame sul confine può rompersi da un momento all’altro, se sbagli una parola, o ne usi una che fa riemergere un conato di risentimento, anche solo ricordando il colore, del tuo essere troppo bianco per essere sopportabile, ad esempio. Eppure in alcuni casi si superano questi scogli, avviene questo incontro, nudo e vero, che permette altro.
Maria parlava di vite segnate da separazioni, fratture e discontinuità. Mi capita di incontrare operatori della cura che si fan vicini a persone dal tempo “perduto”, o nella frattura, nella compromissione che una patologia porta nelle biografie e nelle relazioni.
Apprendere a rideclinare della vita, come apprendere il declinare, è arte nuova. La grande questione è che se il tempo è interrotto non si ripresenterà più come prima; sarà forse possibile riprendere un tempo altro, aperto, fuori dalla nebbia, ma soltanto grazie alla faticosa operazione di una rideclinazione.
Maria Inglese. Giovani in viaggio verso le nostre terre. Ma quale futuro?
Quello che capita di incontrare in carcere sono giovani uomini che prendono la strada del viaggio, dell’approdo verso le nostre terre, con una necessità, per sfuggire a violenze e povertà, ma anche per incontrare un sogno, un progetto. Il progetto di proiettarsi in un futuro.
Sento che manca alle descrizioni e alle analisi rispetto al problema dell’immigrazione questo interrogativo: quale futuro? Quale futuro si cerca? Quale si chiude? Quale si apre? In carcere il futuro è un’emergenza vera. È urgente incontrare questi giovani uomini in carcere, e saperli incontrare in quello che è il loro progetto di futuro. Non vengono per caso, spesso sono stati scelti dalle loro famiglie per arrivare e di solito vengono scelti per questo viaggio perché ritenuti i migliori. Stiamo assistendo ad una disattivazione di generazioni del futuro, persone che vanno dai 20 ai 30 anni, persone che per il loro villaggio possono essere l’unica speranza. Mettiamo in atto un’operazione, drammaticamente inconcepibile, una collaborazione alla disattivazione del loro futuro e, aggiungo, del nostro. Per questo si può parlare di un’emergenza.
Ivo Lizzola. Mettersi accanto alla gente in rivolta. La repressione non genera
“Disattivare” il futuro di qualcuno è rubare la speranza. Cioè fare rinsecchire l’attesa che il tempo a venire possa riservare un nuovo inizio, sia tempo di promessa. È sottilissima e profonda violenza. Quel che può rompere l’avvelenamento è tornare a sentirsi in trame di vite che cercano vita, si incontrano e ospitano, creando spazi di risonanza, come indica Harmut Rosa. Occorre cercarsi.
Torniamo agli incontri con la rivolta di uomini, di donne, di giovani vite in esecuzione penale, o fuori. Incontri la loro rivolta per non lasciarla tale, se così si può dire. Quando incontri un ragazzo, un uomo, una donna in rivolta, devi porti di fianco: a una rivolta non tua ma sua. Ponendoti ad ascoltarla da un lato la riconosci, non ti confondi e non la giudichi. Anche se questo un po’ darà fastidio, o ferirà, tutti e due.
Curare, come educare, è ferirsi, l’incontro stesso è ferita. E questo è importante perché l’altro, incontrandoti, non resti imprigionato nella sua rivolta, cosa che succede se davanti a lui c’è solo la condiscendenza, oppure la forza della repressione. È prezioso aver di fronte un incontro con chi ti resiste, ma che è anche teso al riconoscimento. Nel momento in cui c’è riconoscimento e risonanza ci si muove, “si diventa”: è molto faticoso, è quasi invitare la rivolta a dirsi altrimenti dentro uno spazio di attesa che forse si è creato. C’è chi entra e in questo spazio la rivolta può avere la capacità di farsi storia e percorso.
La rivolta porta dentro meccanismi rigenerativi ma ne porta anche di distruttivi. È meglio parlarsi con franchezza e così, con alcuni, cominciare un confronto, una ricerca. È difficile trattare la rivolta perché nel momento in cui la incontri ti chiede e le chiedi un cambiamento. Diversa è una violenza senza fine, non intenzionata a creare un cambiamento ma solo a distruggere.
[1] A. Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano 2002
[2] J. Kristeva, L’avvenire di una rivolta, Il Nuovo Melangolo, Genova 2013
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