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Un'immagine alla settimana - Rubrica a cura di Osvaldo Roncelli

Aspettando luce. Tra disperazione e ricerca

attesa, avvento, luce

In differenti epoche, linguaggi e cultura due artisti interpretano l’attesa
Mathis Grunewald - Altare di Isenheim
Arte “degenerata” per introdurre il mistero del Natale

 

 

Prima dell’altare viene la croce

L’altare detto di Isenheim racconta la vita di Cristo in sequenza esegetica, non temporale: prima del Natale viene la Croce.

 

Foto 1 PNG Primo pannello
Mathis Grunewald – Altare a sportelli per la prioria di Sant’ Antonio ad Isenheim, 1512 / ‘17
oggi nel Musée Unterlinden di Colmar (Alsazia)

 

Il grandioso polittico - contemporaneo alle massime rappresentazioni rinascimentali, allestito da Grunewald negli stessi anni in cui Raffaello dipingeva le Stanze vaticane, Michelangelo la volta della Sistina e Durer incideva i suoi rami - è un organismo a trasformazione: aprendo e chiudendo le quattro ante centrali appaiono i vari dipinti, come pagine figurate in sequenza di interpretazione scritturale.

Del pittore Grunewald si conosce molto poco. Il nome gli fu attribuito arbitrariamente quando iniziarono ad emerge sue opere, prima riferite a Durer o a Cranach. Solo di recente è stato individuato il suo vero nome in un documento che l’1 settebre 1528 annuncia ai magistrati della città di Halle la morte del “maestro Mathes Gothard, pittore e idraulico”. 

Di assoluta originalità e qualità, l’opera di Grunewald, mistica e simbolica, si colloca nella poetica tardo medievale ed è difficilmente collocabile in una coerente evoluzione storica della pittura.

Negli anni della prima guerra mondiale l’espressionismo tedesco trovò un proprio glorioso antecedente nell’arte violentemente emozionale ed espressiva di Grunewald: il nazismo la giudicherà “arte degenerata”

“illum oportet crescere, me autem minuit”

 “Egli deve crescere, io diminuire

Egli è il Cristo, nuovo sole; io, Giovanni, ultimo profeta, sarò primo testimone 

Prima faccia (ad ante chiuse) - Crocifissione di Cristo

Il cielo cupo incombe su Cristo, orrendamente tumefatto; il peso del corpo stira le braccia, le dita delle mani si articolano divaricate nello spasmo, i piedi si torcono come cardini.

A sinistra è la notte della Passione con Maria investita da luce lunare; a destra il Battista - grandiosamente statico - addita Cristo, annuncia il ritorno della luce e parla; dice: “illum oportet crescere, me autem minuit”.

Le sue parole si stampano sull’oscurità dell’anta evocando l‘allegoria astronomica, la simbologia cosmica, già diffusa nelle tradizioni medievali, ma tuttora presente nell’attuale calendario: la festa di San Giovanni e il Natale corrispondono ai solstizi.

Il percorso del sole cala da San Giovanni - 24 giugno - a Natale - 25 dicembre - per poi ricrescere da Natale a San Giovanni; la luce nel trascorrere delle stagioni diventa simbolo del trapasso dall’Antico al Nuovo Testamento.

Dal reale al “rivelato”

Il polittico poi si aprirà sul Natale: il ruotare delle ante sarà immagine di “rivelazione”.

 

Francis Bacon - Ai piedi di una crocifissione

Arte sfigurata a contrasto “omeopatico” di un mondo sfigurato
1944 - Europa nell’orrore della guerra
Non c’è luce e (apparentemente) non ci sono occhi per vedere

 

Foto 2 PNG Francis Baon 1944
Francis Bacon - Tre studi per figure ai piedi di una Crocifissione - Trittico, 1944

Sono intitolati “studi”, quindi non sono rappresentazioni, ma “sospensione preparatoria”; l’oggetto dell’immagine vuole essere la sensazione, cioè un modo di conoscere più profondo che precede il pensiero logico.

Tre creature sfigurate si stagliano in tre scomparti.

Una violenza inumana è accaduta in uno spazio e in un tempo che non vediamo, ma che riesce comunque a imprimere orrore. Resta in trasparenza la nostalgia per la perfezione del numero tre e per la bellezza dell’arte negli antichi polittici tripartiti.

La figura a sinistra sembra avere le ali mutilate. Porta un abito simile a una tenda o a una coperta. E’ accovacciata su un seggiolino di metallo. Capelli arruffati coprono il volto.

La figura centrale assomiglia a uno struzzo senza piume; spalanca bocca umana e una benda bianca occlude lo sguardo, come “chi mette la testa sotto la sabbia per non vedere”. Lievita sopra un trespolo. (Il trespolo è la parodia del laico pulpito mediatico, come la benda, strumento d’ illusione, per credere di vedere luce candida).

La figura a destra ha il collo completamente scoperto. L’enorme bocca sembra essere capace di aprirsi fino all’inverosimile. La zampa visibile è più simile a quella di un sofà che a quella di un animale e il prato dov’è appoggiata sembra quasi un letto di chiodi.

Sono immagini di lacerante espressione, grida che non comunicano nulla di intelligibile.

“…non abbiamo nome…”

“Trittico” suscitò nella critica e nel pubblico immediate reazioni di shock, sconcerto e turbamento, senza però escludere intuizioni sui significati di quelle immagini.

Bernard  Russel scrisse “… metà umani, metà animali… non avevamo un nome per loro, e non sapevamo come chiamare ciò che provavamo… “.

A muovere Bacon (1909 / ’92) verso il soggetto della Crocifissione non furono certo ragioni di carattere religioso: fu sempre drastico, persino brutale, nello smentire qualsiasi sua adesione confessionale.

Ateo militante, cresciuto in una famiglia rigidamente cattolica, ripeteva “…veniamo dal nulla… andiamo verso il nulla”.

Alla domanda sul perché insistesse tanto sul Crocifisso, Bacon risponderà: «Perché quando devo meditare sul dolore del mondo mi rendo conto che il Luogo pertinente per questa meditazione è il Golgota”.

Poi la luce?

Le ante dell’altare di Isenheim si apriranno per la notte di Natale; Giovanni Testori dirà: “…dalla bestemmia al trionfo”.

Il grido che non comunica di Francis Bacon diventerà un'altra Crocifissione atroce scossa all’indifferenza nello scontro tra “eros e tanatos”, tra amore e morte.

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